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Un giorno, un topo di campagna accoglieva nella povera tana un topo di città, suo vecchio amico. Quello offriva all'amico un cece, una lunga spiga, un acino secco e dei pezzi di lardo. Alla fine il topo di città (diceva) all'amico: O amico, io ho una vita felice: infatti io non abito né nei boschi, né in campagna, non mangio cibo modesto, ma vivo in maniera lussuosa. Vieni con me, ti mostrerò la mia bella dimora. Il topo di campagna accettava la proposta, faceva la strada insieme al proprio amico, e giungeva in città. Ormai la notte occupava la parte centrale del cielo, quando i due topi mettono le orme in un sontuoso palazzo, dove era stata preparata una cena opulenta. Il topo di campagna mangia felice ogni cosa. Ma, all'improvviso, i topi venivano spaventati da uno schiamazzo. Dei grossi cani latravano, e i topi correvano per tutta la stanza. A questo punto il campagnolo (dice): A me è gradito vivere in campagna. Il bosco e la tana mi proteggono dagli agguati. Ho poco cibo, ma sicuro.
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Favorino, poiché voleva distogliere e allontanare i giovani da codesti indovini, i quali assicurano che, con arti prodigiose, riveleranno tutti gli avvenimenti futuri, concludeva con argomenti di questo genere: Essi annunciano cose destinate ad accadere o sfavorevoli o favorevoli. Se annunciano avvenimenti favorevoli e sbagliano, diventerai infelice aspettando inutilmente; se annunciano avvenimenti sfavorevoli e mentono, diventerai infelice temendo inutilmente.
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L'uomo sano deve avere uno stile di vita vario: ora (deve) essere in campagna, ora (deve) trascorrere la vita in città. È vantaggioso navigare, coltivare i campi, recarsi spesso in palestra, riposare di tanto in tanto, allenarsi. Infatti, la pigrizia indebolisce il corpo, la fatica lo rafforza. La pigrizia rende la vecchiaia precoce, la diligenza rende lunga la giovinezza. Senza esercizi il corpo si lascia andare, e i corpi, senza la fatica, invecchiano rapidamente e si ammalano.
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Annibale, il valoroso comandante dei Cartaginesi, dopo che aveva sconfitto gli eserciti dei Romani presso il Ticino, il Trebbia e il lago Trasimeno, giunse in Puglia, e pose l'accampamento presso Canne. Contro Annibale andarono i consoli L. Emilio Paolo e M. Terenzio Varrone, e, alla prima ora del giorno, essi schierarono l'esercito con l'esercito dei nemici nella pianura di Canne, ed ingaggiarono la battaglia. I Romani combatterono valorosamente sino a sera, ma subirono una pesante sconfitta; Annibale, infatti, in un unico combattimento sbaragliò gli eserciti dei consoli, combatté, fra le prime linee, contro il console Paolo, e lo ferì, uccise alcuni ex consoli, poi fece una vasta carneficina di fanti e di cavalieri; i soldati superstiti, dopo la disfatta, errarono per molti giorni per i campi, e arrivarono a Venosa.
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Alcibiade, figlio di Clinia, fu Ateniese. Nessuno fu superiore ad Alcibiade sia nei vizi, sia nelle virtù. Nato in una città ricchissima, da famiglia illustrissima, fu di gran lunga il più bello tra tutti quelli della sua età, versato per ogni attività e pieno di intelligenza (infatti fu uno straordinario comandante sia sulla terraferma, sia in mare), eloquente, ricchissimo, tenace, munifico, sontuoso nella vita pubblica non meno che nella vita privata, affabile e piacevole, adattandosi in maniera estremamente astuta ai tempi. Pericle allevò Alcibiade, e lo istruì Socrate. Per suocero ebbe Ipponico, il più ricco tra tutti coloro che parlano in lingua Greca. Con la sua generosità, egli legò a sé molti cittadini, e, con la sua attività nel Foro, ne rese suoi fautori anche di più. Pertanto gli Ateniesi nutrivano non solamente un'enorme speranza in Alcibiade, ma anche un'enorme timore, perché egli poteva sia nuocere che giovare alla città; infatti egli era più potente e influente di un privato cittadino.
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