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Nicotris, sapiens et clara Babyloniorum regina, antequam e vita excederet, filiis ...
Nicotride, una regina dei Babilonesi saggia ed illustre, prima di morire, dopo aver convocato i figli e i servitori, dette ordine che sopra il suo sepolcro fossero scritte queste parole: Qui si nasconde un cospicuo tesoro: se un re dei Babilonesi si troverà in una grave mancanza di denaro, che apra la tomba e che prenda il tesoro; qualora invece egli avrà violato la tomba spinto da necessità alcuna, sconterà la pena della sua avidità. Dopo la morte della regina, il sepolcro di Nocotride non venne violato per molti anni, ma quando Dario, il figlio di Istàspe, successe al padre al potere, il re, spinto dalla brama di ricchezza, aprì il sepolcro per cercare il tesoro e prenderlo. Ma in quel luogo Dario trovò unicamente il cadavere della regina, e, presso il cadavere, una tavoletta, sulla quale, per ordine della regina, era stato scritto: Tu, chiunque tu sei, se fossi riuscito a tenere a freno la tua avidità, non avresti violato le tombe dei morti! La continenza, infatti, è un grande tesoro in tutti gli uomini, ma soprattutto nei re.
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Exiguus numerus Troianorum urbem ardentem reliquerat et in colles finitimos ...
Un ridotto numero di Troiani aveva lasciato la città in fiamme, e si era rifugiato sui colli limitrofi. Lì Enea si riunì con il padre anziano, il figlio piccolo e pochi compagni e tenne un discorso breve, ma intenso, per incoraggiare gli animi di tutti: O Troiani, la nostra patria è stata conquistata e data alle fiamme dai Greci, tuttavia non perdete speranza in merito alla vostra salvezza: con l'aiuto degli dèi, noi fonderemo una nuova Troia in altre regioni. I Troiani accolsero lieti le parole di Enea, e apprestarono una flotta allo scopo di dirigersi verso terre sconosciute. Per prima cosa si imbarcarono sulle navi e indirizzarono la rotta verso la Tracia. Lì Enea dette ordine ai compagni di costruire le mura di una nuova città. Ma avvenne che uno straordinario portento procurasse un terrore così grande al comandante dei Troiani, che egli stabilì senza indugio di abbandonare la regione ostile, e navigare verso l'isola di Delo, allo scopo di consultare l'oracolo del dio Apollo. Quando giunse nell'isola e salì fino al tempio di Apollo, pregò il dio in questa maniera: Dove devono stanziarsi i Troiani? Dove ci ordini di dirigerci? Il dio pronunciò una risposta ambigua: O Troiani, ricercate l'antica madre. Enea non comprese il responso, ma il padre Anchise esclamò: Io comprendo il responso. L'antica madre dei Troiani è l'isola di Creta; infatti Teucro, il progenitore della popolazione Troiana, giunse in Asia da Creta. Dunque il dio Apollo ci suggerisce di stanziarci nell'isola di Creta. Perciò dirigiamoci in fretta verso Creta!
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Cum Athenae florerent aequis legibus, procax libertas civitatem miscuit et ...
Quando Atene prosperava grazie a leggi imparziali, una sfrenata libertà confuse la cittadinanza, e la libertà slegò il vecchio freno. In quel frangente, poiché i partiti delle fazioni si erano messi d'accordo, il tiranno Pisistrato si impossessò della rocca. Poiché gli Ateniesi deploravano la triste schiavitù (non perché Pisistrato era crudele, ma perché, per loro che non erano abituati, ogni peso era pesante) e poiché avevano incominciato a lamentarsi, Esopo narrò tale breve racconto. Le rane, poiché si aggiravano libere nelle paludi, chiesero a Giove con grande schiamazzo un re, affinché reprimesse con la forza i costumi dissoluti. Il padre degli dèi sorrise, e dette loro un piccolo pezzo di legno, il quale, dopo essere stato lasciato cadere, con l'improvviso movimento delle acque e il rumore, spaventò il pavido popolo delle rane. Poiché il pezzo di legno giaceva da lungo tempo sommerso dal fango, una rana casualmente sollevò silenziosamente la testa fuori dallo stagno, e dopo che ebbe esaminato il re, chiamò tutte le altre rane, le quali, avendo messo da parte la paura, nuotarono a gara verso quel luogo. La folla rumorosa montò sopra il pezzo di legno. Dopo che lo ebbero oltraggiato con ogni ingiuria, inviarono degli ambasciatori a Giove affinché chiedessero un altro re. A quel punto Giove mandò loro un serpente, il quale, con il dente aguzzo, cominciò ad aggredirle una dopo l'altra. Invano le inette rifuggivano la morte, la paura strozzava la voce. Dunque, di nascosto, incaricarono Mercurio di recarsi presso Giove e pregarlo di aiutare le rane sventurate. A quel punto, però, il dio disse: Dato che non avete voluto sopportare il vostro bene, ora sopportate fino in fondo il (vostro) male.
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Alexander, cum ex Asia in Aegyptum exercitum traduxisset, ad Nilum flumen pervenit ...
Alessandro, dopo che dall'Asia ebbe guidato l'esercito in Egitto, giunse al fiume Nilo e discese fino alla palude Mareotide, dove gli ambasciatori dei Cirenei, chiedendo la pace, gli offrirono dei doni. Alessandro, dopo aver accettato i doni, promise la propria amicizia e proseguì la marcia attraverso luoghi disabitati, allo scopo di arrivare presso il tempio di Ammone, ubicato in un'oasi, e consultare l'oracolo di Giove. La fatica della marcia fu sopportabile nel primo e nel secondo giorno, dal momento che l'esercito di Alessandro non si era ancora addentrato nella vasta e spoglia desolazione del deserto. Ma il terzo giorno, le pianure ricoperte dalla sabbia alta infusero il terrore nei soldati: non si vedeva alcun albero, ormai l'acqua mancava, e sulla terra secca non c'era alcuna sorgente. Per giunta, il sole aveva infiammato ogni cosa al punto che anche le facce dei soldati erano secche e bruciate. I soldati, presi dalla disperazione, volevano desistere dall'impresa, ma Alessandro, saputa la cosa, ordinò di proseguire la marcia. Improvvisamente, un pò per un regalo degli dèi, un pò per caso, le nuvole nascosero il sole, ed una cospicua pioggia offrì un grande sollievo ai soldati, stremati dal caldo e dalla sete.
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Helvetii omnium rerum inopia adducti, legatos de deditione ad Caesarem miserunt. Legati, cum ...
Gli Elvezi, spinti dalla penuria di ogni cosa, inviarono a Cesare degli ambasciatori per (trattare) la resa. Gli ambasciatori, dopo che ebbero incontrato Cesare lungo la strada, e che si furono prostrati ai suoi piedi, chiesero la pace piangendo, e dopo che Cesare ebbe ordinato loro di attendere il suo arrivo in quel luogo dove si trovavano in quel momento, obbedirono. Dopo essere giunto in quel luogo, Cesare richiese gli ostaggi, le armi, e gli schiavi che si erano rifugiati presso di loro. Mentre tutte quelle cose venivano ricercate e radunate, dopo che fu passata una notte, circa seimila uomini di quel villaggio che si chiama Verbigeno, tentarono la fuga. Infatti, all'inizio della notte, uscirono dall'accampamento degli Elvezi, e si diressero verso il Reno e il territorio dei Germani. Quando Cesare venne a sapere questo, ordinò che quelli che erano fuggiti venissero ricercati e riportati indietro; considerò nel gruppo dei nemici quelli che erano stati riportati indietro, accolse in resa tutti i rimanenti, dopo che gli ostaggi, gli armamenti e i disertori furono stati consegnati.