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Deus posuit Adamum et Evam in horto valde amoeno qui appellatur Paradisus terrestris ...
Dio collocò Adamo ed Eva in un giardino assai ridente, che si chiama Paradiso terrestre. Un grosso fiume irrigava il ridente giardino: lì c'erano alberi di ogni specie, che producevano dolci frutti. Tra la varietà di alberi, c'era anche l'albero della conoscenza del bene e del male. Dio disse ad Adamo: Puoi mangiare i frutti di tutti gli alberi del Paradiso, fuorché il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Infatti, se lo mangerai, andrai via. Il serpente, che era il più astuto di tutti gli animali, disse ad Eva: Perché non mangi il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male? La donna rispose: Lo ha vietato Dio: se lo toccheremo, andremo via. Non è vero – disse il serpente – non andrete via, ma sarete simili a Dio, perché conoscerete il bene ed il male. La donna credé all'inganno, colse il frutto e lo mangiò; poi lo offrì al compagno, che parimenti lo mangiò.
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Adulescens Hyacintus regis Laconiae filius propter suam mirabilem corporis formam a deo Apolline ...
Il giovane Giacinto, il figlio del re della Laconia, per via della sua straordinaria bellezza del corpo, era stato scelto dal dio Apollo come compagno di giochi e di caccia. E così, presso le sponde del fiume Eurota, e attraverso le foreste della Laconia, il dio e il suo amico erano soliti cacciare spesso gli animali selvatici, oppure esercitare i corpi sia con gare di corsa, sia con gare ginniche. Ma una volta, sfortunatamente, un disco lanciato da Apollo deviò, e cadde sulla testa del povero Giacinto. Dalla ferita sgorgò sangue abbondante, il volto del giovane si fece pallido, le membra si piegarono, e il suo corpo si accasciò a terra. Accorse anche il Sole, ma neppure il calore di lui poté bloccare il flusso del sangue. Tutte le cose furono vane: il povero Giacinto chiuse i propri occhi e morì. Apollo, oppresso dal dolore, presso il cadavere dell'amico urlò: Sei morto, o amico sventurato, perché le mie mani hanno portato via la tua giovinezza; per questo ti tramuterò in un fiore, e ti donerò l'immortalità. Ogni anno, in primavera, con le carezze del Sole, verrai richiamato ad una nuova vita, e rivivrai come un magnifico fiore. E così, da allora in avanti, quando la primavera risplende, i prati si ricoprono di giacinti variopinti e delicati.
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Alexander Olympiadis et Philippi Macedoniae regis filius admodum peritus rei militaris fuit ...
Alessandro, il figlio di Olimpiade e di Filippo, il re della Macedonia, fu estremamente esperto di strategia militare. Dalla Macedonia, dalla città di Pella, avanzò con il proprio esercito fin nell'Asia, dove schierò l'armata contro Dario, il re dei Persiani; sconfisse il re dapprima presso il fiume Granico, poi presso Isso, nella Cilicia, e per la terza volta presso Arbela, e sbaragliò le vaste truppe di fanteria e di cavalleria di lui. Presto ridusse sotto la propria autorità il re degli Indi e tutte le popolazioni dell'Asia, e conquistò importanti città dell'Asia: cioè Sarde, Bactra, Susa e Babilonia; assoggettò molte tribù di barbari; arrivò al Golfo Persico e al fiume Indo. Morì nel fiore della giovinezza a Babilonia, a causa dell'ubriachezza, oppure a causa di un veleno, e a quel punto l'intero palazzo reale risuonò per molti giorni del pianto e dei gemiti di tutti i cittadini, sia dei Macedoni, sia dei Persiani.
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Cum Caesar cum cohortibus advenit, Galli ex vallo atque omnibus munitionibus magno clamore ...
Quando Cesare arrivò insieme alle coorti, i Galli, dalla trincea e da tutte le fortificazioni, si lanciarono fuori con grande clamore. I nostri misero da parte i giavellotti: si combatté per mezzo delle spade. Improvvisamente, alle spalle, vennero visti i cavalieri Romani. Immediatamente dai nemici vennero voltate le spalle, ma molti vennero uccisi dai cavalieri. Sedullo, il capo e il comandante dei Lemovìci, ingaggiò la battaglia, e nella battaglia venne ucciso; l'Arverno Vercassivellauno venne catturato vivo durante la fuga; le insegne militari vennero riportate a Cesare. Pochi si ritirarono sani e salvi nell'accampamento, un grande numero venne catturato ed ucciso; i rimanenti, con la fuga, se ne andarono nelle città. Alla fine vennero inviati presso Cesare degli ambasciatori e chiesero la pace. Cesare concesse volentieri la pace: e così dai barbari vennero consegnate le armi e presentati i capi.
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Verba magistri memini qui res gestas Iovis deum hominumque patris narravit. Iuppiter filius Saturni ...
Mi ricordo le parole di un maestro che raccontò le imprese di Giove, il padre degli dèi e degli uomini. Giove, il figlio di Saturno, fu il re del cielo e della terra, e non volle regnare insieme al padre. Quindi Giove, dopo una guerra lunga e violenta, sconfisse con la forza il padre, e, dopo la vittoria, cominciò a spartirsi con i fratelli il regno del padre: infatti, a Giove spettò il governo del cielo, a Nettuno (spettò il governo) del mare, a Plutone (spettò) il regno degli Inferi. Successivamente combatté valorosamente e con successo contro i Titani, i figli Urano e della Terra, e contro Tifeo, un mostro spaventoso ed enorme; portò la guerra contro la potenza dei Giganti, e li sconfisse tutti e li mandò nel Tartaro. Poi salì sull'Olimpo, dove aveva la dimora insieme a tutti gli dèi del cielo, e (dove) stava a capo dell'assemblea degli dèi. E Giove ebbe autorità non solamente nei confronti degli uomini e degli dèi, ma anche nei confronti di tutti gli elementi celesti: infatti era il signore e il sovrano delle nubi, delle piogge, e delle tempeste; tutti, anche la moglie Giunone, temevano la collera di Giove, poiché accendeva il fuoco dei fulmini e lanciava i fulmini contro i nemici; quando invece si trovava in pace offriva una luce serena e tranquilla.