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Locus ubi nunc Roma est antiquitus Septimontium nominabatur a septem montibus quos ...
Il luogo dove adesso si trova Roma, nell'antichità era chiamato "i Sette Colli", dai sette colli che le mura della città racchiudevano. Il colle Capitolino si chiama così perché lì dove ora sorge il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, è stata trovata una grossa testa umana. Il colle Aventino si chiama così per tutti gli uccelli che di sera volano su questo colle dalle sponde del Tevere, oppure, come dicono altri, dal nome del re Aventino, un condottiero degli Albani che nell'antichità fu sepolto lì. Sul colle Esquilino ci sono due cime: il colle Oppio e il colle Cespio, che prendono il nome dalle famiglie nobili che qui abitavano. I colli Viminale e Quirinale vengono considerati importanti, poiché sul Viminale c'era un antico altare dedicato a Giove Viminio, e sul Quirinale (c'era) un santuario consacrato a Quirino. Il Palatino è il principale dei sette colli, perché qui Romolo fondò Roma, e da qui ha origine l'impero Romano.
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Cum res Evander in Latio regnabat Hercules ut antiqua fabula narrat post longa per Hiberiam ...
Quando nel Lazio regnava il re Evandro, Ercole, come narra un'antica leggenda, dopo lunghi viaggi attraverso la Spagna, dove ritrova la mandria di Gerione, arriva nel Lazio con una grande mandria di buoi, si ferma sulla sponda del Tevere, e lì, stanco per il viaggio e per la fatica, si addormenta. Mentre quello dorme, Caco, un brigante di statura gigantesca, che con la sua prepotenza danneggiava i campi di tutto il Lazio, sottrae i buoi di Ercole, begli animali, e poi, trascinando gli animali per la coda, porta i buoi dentro la propria caverna. Quando Ercole scopre il furto, adirato ricerca i propri buoi, ma non li trova; alla fine si avvicina alla caverna di Caco, e vuole entrare, quando vede le orme dei buoi rivolte verso l'esterno; allora triste, ingannato dalle orme, decide di andare via, quando sente i suoi buoi muggire nella caverna. Così Ercole comprende il tranello di Caco, entra nella caverna, e uccide il ladro.
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Inter deos deasque Graeci maxime Apollinem colebant quia eum non solum primum ...
I Greci, tra gli dèi e le dee, veneravano Apollo in maniera particolare, poiché lo consideravano non soltanto l'inventore originario della medicina, della musica e delle poesie, e infine di molte arti, ma anche il dio dei suonatori di cetra e degli indovini. Apollo trascorreva la vita sul monte Elicona, insieme alle Ninfe e alle Muse, ma spesso saliva sul monte Olimpo, dove, durante i banchetti, allietava le orecchie degli dèi per mezzo delle corde armoniose della cetra; inoltre dal cielo, spesso scendeva sulla terra, e si aggirava volentieri per i boschi e per i monti. Sotto la sua protezione si trovavano molte regioni della Grecia e dell'Asia, dove si potevano vedere molti altari consacrati ad Apollo, dato che Apollo, per mezzo delle erbe dei campi e dei boschi, curava i malati e ristorava i corpi e le menti degli esseri umani stanchi. Apollo veniva chiamato con molti nomi: a Delfi era soprannominato Pizio, nell'isola di Lesbo (era soprannominato) Cillenio, in Asia, presso Troia (era soprannominato) Sminteo, presso Licos veniva detto Licio. Grazie ad Apollo, i poeti componevano le poesie, gli indovini e le Sibille predicevano le cose future. In molte città Greche c'erano numerosi illustri templi di Apollo, ma principalmente era famoso l'oracolo Delfico, dove la Pizia, la sacerdotessa di Apollo, forniva gli oracoli. Tra gli alberi, era consacrato ad Apollo l'alloro: con corone d'alloro, infatti, i Greci e i Romani antichi cingevano le tempie degli atleti vittoriosi, dei poeti famosi e dei grandi comandanti. Tra gli uccelli, invece, il dio amava la garrula cornacchia.
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Ob Zosimi infirmitatem amice mi magis magisque sollicitus sum. Nam libertus meus ...
O amico mio, a causa della malattia di Zosimo, sono preoccupato via via di più. Infatti il mio liberto, dopo la permanenza in Egitto, da dove è ritornato un poco irrobustito, ora è di nuovo ammalato e spesso, mentre recita, soffre di tosse, la vecchia manifestazione della malattia, ed io temo di nuovo per la vita di lui. Per questa ragione, ho pensato di inviare Zosimo nella tua tenuta vicino a Forum Iulii, in Provenza, dove l'aria è particolarmente pura ed il latte è particolarmente fresco, (due) elementi particolarmente importanti per la guarigione del mio liberto. O Paolino, per favore, accogli la mia richiesta ed apri la tua tenuta al mio Zosimo, che è parsimonioso e modesto, mai desideroso di lussi. Io, per un favore tanto grande, ti sarò sempre grato. Ciao.
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Frangit me infirmitas liberti mei Zosimi qui nunc auxilio meo maxime eget ...
Mi abbatte la malattia del mio liberto Zosimo, che adesso ha particolarmente bisogno del mio aiuto. Zosimo è onesto, volenteroso, colto, è anche un ottimo attore; infatti recita veementemente, assennatamente, adeguatamente, ed anche sobriamente. Non soltanto suona abilmente la cetra, ma inoltre legge bene e correttamente discorsi, storie e poesie. Quanto sono numerosi i servizi che Zosimo mi assicura! Io apprezzo molto quest'uomo e dunque temo molto per lui: infatti soffre per una funesta tossettina, e spesso sputa del sangue. La malattia alcune volte scompare, altre volte si aggrava; una volta è anche caduto svenuto a causa della tosse. A quel punto, per consiglio dei medici, ho mandato Zosimo in Egitto, nella calda regione del Nilo, da dove da poco è ritornato irrobustito.