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Mercator, quia non solum in Aegypto sed etiam in Mediterranei insulis multa et magna negotia habebat, saepe navigare cogebatur. Olim mercator cum fido ...
Un mercante, poiché aveva molti e grandi affari non soltanto in Egitto, ma anche nelle isole del Mediterraneo, era spesso costretto a viaggiare per mare. Una volta il mercante si trovava su una piccola imbarcazione in compagnia del suo fidato schiavo: il mare era calmo, ma all'improvviso è scosso da un vento impetuoso, grandi onde colpiscono la carena, e l'imbarcazione è in grande pericolo. Allora il padrone tende le mani verso il cielo e prega così Nettuno, dio delle acque: O Nettuno, se tu salvi la mia vita e la vita dello schiavo, ti prometto molte e pingui vittime sacrificali, e farò magnifici sacrifici sul tuo altare! Ma lo schiavo, mentre con enorme impegno ammaina le vele, ode le parole del padrone e risponde: Di sicuro è bene invocare gli dèi nei pericoli, ma è meglio muovere le braccia!
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Phaedrus, clarus Romanus poeta, qui pulchris fabulis suis nobis semper utilia vitae praecepta praebet, hanc fabellam narrat. Olim in insula Sicilia ...
Fedro, un famoso poeta Romano, il quale con le sue belle favole ci fornisce sempre utili precetti di vita, racconta questa storiella. Un tempo nell'isola di Sicilia, nella città di Siracusa, regnava un feroce tiranno, il quale aveva occupato il regno con l'inganno e contro giustizia affliggeva gli abitanti. Quando il tiranno si mostrava in pubblico, i cittadini gli offrivano molti e preziosi doni, le matrone e le fanciulle lanciavano rose, l'intero popolo batteva le mani e gridava: Il tuo regno è la nostra sorte e la nostra vita! Lunga vita a te! Anche dai poeti venivano elogiate la saggezza e l'equità del tiranno, e veniva celebrato il nuovo prospero regno. Ma una volta, mentre il tiranno si trova nel foro, e il popolo intorno batte le mani, all'improvviso spunta un bambino, il quale desidera vedere il tiranno, ma non riesce a scorgere il tiranno, circondato da una moltitudine di soldati e di sentinelle. Allora il bambino esclama: Perché è circondato da così tanti soldati e sentinelle, se è un tiranno buono e giusto e noi abbiamo un regno prospero?
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Sine dubio in linguae Latinae studio discipuli industriam et diligentiam adhibere debent, sed etiam duo valida auxilia certe discipulis ...
Senza dubbio nello studio della lingua Latina gli allievi devono impiegare operosità e diligenza, ma di certo agli allievi sono necessari anche due validi aiuti: il maestro e i libri. Il maestro, se qualcosa è d'impedimento, può rimuovere gli ostacoli, se la strada è impervia, può fornire aiuto; il maestro infatti spiega i vocaboli sconosciuti, chiarisce i concetti oscuri, scioglie i nodi intricati, addestra l'ingegno degli allievi, ancora inesperto, nei primi rudimenti della letteratura Latina. Infine i libri sono indispensabili per lo studio della lingua Latina; in essi, infatti, gli scolari possono sempre trovare i principi e le regole della lingua Latina, che i fanciulli devono imparare a memoria, poiché, se le fondamenta non sono sufficientemente salde, l'intero edificio crolla.
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Syracusani, quia copiarum duces continenter litigabant neque Poenos superare poterant, tandem uni viro imperium ...
I Siracusani, poiché i comandanti delle truppe litigavano senza interruzione e non riuscivano a sconfiggere i Cartaginesi, alla fine stabilivano di affidare il comando ad un unico uomo e di nominare un tiranno. A quel punto, dal famoso poeta Stesìcoro fu raccontata al popolo questa storiella: Un tempo i cavalli, gli asini, i cinghiali, i cervi e i gli agnelli delicati vivevano in grande concordia e liberi nei campi e nei boschi, quando, improvvisamente, l'arrogante cavallo riunisce i compagni e, con grande sfacciataggine, dichiara: Io sono il signore dei campi e dei boschi, voi siete i miei servitori, pertanto dovete ubbidirmi! Ma il cervo rifiuta fermamente (firme) di ubbidire al cavallo, ed abbandona i compagni. Allora il cavallo, adirato, desidera vendicare l'affronto del cervo, perciò chiede l'aiuto dell'uomo. L'uomo viene volentieri in aiuto del cavallo ed immediatamente gli applica le briglie ed il morso. Poi sprona il cavallo con lo staffile, incalza il cervo e lo uccide. E così il cavallo sciocco ora ha un padrone ed è oppresso da un giogo eterno. O Siracusani – dice Stesìcoro – un tiranno si comporta nello stesso modo: mentre vince i Cartaginesi, vostri avversari, fa di voi degli schiavi.
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Romani divites saepe multos servos possidebant. Servi poterant esse vel servorum filii vel captivi. Romae servi et terram colebant et ...
Spesso i Romani ricchi possedevano molti schiavi. Gli schiavi potevano essere o figli di schiavi o prigionieri di guerra. A Roma gli schiavi coltivavano la terra ed aiutavano i padroni nelle attività domestiche; inoltre, se erano istruiti, diventavano anche gli scrivani del padrone o i precettori dei figli del padrone. Talora gli schiavi erano anche medici e poeti. Il padrone considerava gli schiavi membri della famiglia e, se erano diligenti, li trattava con misericordia, se invece gli schiavi erano indolenti o sbagliavano, venivano severamente puniti dal padrone. I figli degli schiavi venivano chiamati "schiavi nati in casa" e, anche se erano schiavi, potevano giocare con i figli e con le figlie del padrone in giardino oppure sulla strada. Spesso gli schiavi tentavano di fuggire, ma, se venivano catturati, venivano spietatamente uccisi. Gli schiavi che venivano liberati dal padrone, si chiamavano "liberti".