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Locus quo nunc omnes mercatores suas merces conferunt et vendunt forum magnum appellatur. Sed antiquitus ...
Il luogo dove adesso tutti i mercanti mettono insieme le loro merci e le vendono, si chiama "grande mercato". Ma nell'antichità, a Roma, c'erano parecchi mercati: il luogo nel quale gli allevatori vendevano i buoi, era il foro boario, nel foro olitorio, invece, gli agricoltori vendevano gli ortaggi, i frutti e il grano. Sulla sponda destra del Tevere, presso il santuario di Portuno, c'era il mercato del pesce, dove venivano venduti pesci di ogni genere, sia di mare, sia di lago, sia di fiume. A Cornèta, dove i mercanti vendevano merci differenti, c'era il mercato delle ghiottonerie, che molti preferivano chiamare "il mercato del Desiderio", dal desiderio di comprare. Successivamente tutti i mercati alimentari sono stati riuniti in un unico mercato, che ancora adesso si chiama "Macello", non perché in quel luogo venivano uccisi gli animali, ma perché anticamente lì si trovava la capanna di un famoso ladro, che aveva il nome di Macello.
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Adfirmat Epicurus clarus Graecus philosophus: Non possunt homines iucunde vivere nisi cum sapientia ac iustitia ...
Epicuro, un illustre filosofo Greco, dichiara: Gli esseri umani non possono vivere in maniera serena, se non vivono con saggezza e con giustizia. Se infatti – aggiunge Cicerone – una popolazione non può essere felice durante una rivolta, e una casa non può essere felice nella discordia dei padroni, neppure l'animo dell'essere umano, se discorda con sé stesso, può avere tranquillità alcuna, né può essere libero e felice. E se le gravi malattie del corpo impediscono la felicità della vita, quanto di più si oppongono alla felicità le malattie dell'animo! Le malattie dell'animo sono i desideri smisurati e futili di ricchezza, di gloria, di sopraffazione e anche di piaceri; si aggiungono i malesseri, i fastidi, le tristezze che logorano l'animo e lo stremano con le preoccupazioni. Ma un'efficace correzione dei nostri difetti (ci) viene offerta dalla filosofia, la quale toglie non soltanto malesseri e fastidi, ma anche tutti i traviamenti; e così l'animo dell'essere umano può essere libero e felice.
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Augusti nomen notum usque ad orbis terrarum fines erat quia imperator iustitiam colebat gentium iura ...
Il nome di Augusto era conosciuto fino ai confini del globo terrestre, perché l'imperatore praticava la giustizia, rispettava i diritti delle popolazioni, difendeva gli umili, puniva i malfattori con pene pesanti e mandava in esilio i cittadini disonesti e perfidi; era generoso verso tutti, ed estremamente fedele agli amici. In nessuna epoca l'impero Romano fu fiorente tanto quanto nell'epoca di Augusto. L'imperatore aveva l'abitudine di dire: Io sono soltanto il primo tra i cittadini Romani e il primo tra i senatori, non un dittatore o un tiranno dei Romani! Augusto inoltre combatté con successo in guerra. Infatti, tramite Druso, suo figlio adottivo, vince la guerra contro i Daci, sconfigge le vaste truppe dei Germani; aggiunge all'impero Romano l'Egitto, la Cantabria e la Dalmazia, mai domata. Tramite Tiberio, l'altro figlio adottivo, gestisce la guerra di Pannonia. Riduce sotto l'autorità dei Romani tutte le popolazioni marittime del Ponto, riprende l'Armenia dai Parti, i quali restituiscono le insegne Romane conquistate in una battaglia precedente; ostaggi nobili e doni magnifici vengono inviati a Roma dai Persiani.
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Olim vulpes longo itinere fessa ac sitiens in altum puteum ceciderat neque exire poterat. Dum magna ...
Un giorno una volpe, stanca a causa di un lungo viaggio, ed assetata, era caduta in un pozzo profondo, e non poteva uscire. Mentre salta con grande energia, e tenta invano di salire fino alla sommità del pozzo, un caprone, spinto dalla sete a causa del calore del sole, si avvicina al pozzo, e quando vede la volpe sul fondo, chiede: C'è acqua? C'è acqua fresca e abbondante! Risponde l'animale astuto mentre prepara un tranello: Vieni giù, o amico: io infatti voglio restare nel pozzo, poiché posso bere sempre acqua buona e fresca. Il caprone sciocco non comprende il tranello della volpe, e, senza indugio, scende nel pozzo. La volpe salta immediatamente sulla schiena del caprone, e dalla schiena dell'animale esce fuori dal pozzo e ritorna alla propria tana. Il caprone, anche se alla fine può bere, compiange la propria stupidità con abbondanti lacrime. La favola insegna: l'uomo astuto, quando è in un pericolo, ricerca la salvezza anche a danno degli altri.
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Romanorum exercitus in legionibus, cohortibus, manipulis atque centuriis dividebatur ...
L'esercito dei Romani si suddivideva in legioni, coorti, manipoli e centurie. Il comandante di tutto quanto l'esercito era il console oppure un proconsole; le coorti e i manipoli venivano diretti dai tribuni dei soldati, le centurie invece dai centurioni. Tra i soldati, quelli che si guadagnavano le paghe già da lungo tempo, venivano chiamati "veterani"; spesso la sorte della battaglia o della guerra dipendeva dal loro valore. Si chiamavano arcieri o astati, i soldati che, nella battaglia, come armi portavano delle frecce oppure delle lance. I genieri invece, piazzavano l'accampamento prima e dopo le battaglie, fortificavano l'accampamento per mezzo di trincee e fossati, oppure costruivano o tagliavano i ponti sui fiumi. Le sentinelle e le guardie vigilavano di giorno e di notte sulle mura dell'accampamento, e annunciavano gli agguati dei nemici. Nell'esercito dei Romani c'erano anche le truppe ausiliarie degli alleati, che dovevano obbedire al comandante e ai tribuni Romani. Oltre alle frecce e alle lance, erano armi dei Romani la spada corta, il giavellotto e i dardi. Il corpo dei soldati era protetto da un elmo, da una corazza e da uno scudo. Quando i trombettieri davano il segnale di battaglia con la tromba, gli aquiliferi portavano nella battaglia le aquile Romane, vessilli delle legioni, e tutti i soldati, su esempio dei veterani, combattevano valorosamente.