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L'Ateniese Milziade, il figlio di Cimone, fu un comandante illustre ed abile. Quando Dario, il re dei Persiani, intraprese la guerra, poiché voleva ridurre tutta quanta la Grecia alla schiavitù, Milziade stette a capo all'esercito degli Ateniesi, e sulla pianura di Maratona, con truppe esigue, sconfisse l'enorme massa dei Persiani. E così le arroganti truppe dei Persiani ritornarono tristi nell'Asia, e la Grecia venne preservata dalla schiavitù dei Persiani. La battaglia di Maratona fu celebrata in tutte le epoche, perché mai un manipolo tanto ristretto di uomini sconfisse truppe tanto grandi di nemici. A quel punto Milziade venne esaltato con altissime lodi, ma poco dopo gli nocque l'invidia degli Ateniesi, i quali lo accusarono di tradimento, perché non riuscì ad espugnare l'isola di Paro, che aveva offerto aiuto alla flotta dei Persiani. Nulla gli valse il ricordo della vittoria contro i Persiani, e venne multato di una grossa somma di denaro. Poiché non riuscì a pagare la multa, venne messo nelle carceri, dove morì povero e solo.
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Annibale, Cartaginese, figlio di Amilcare, soldato forte ed abile, fu un comandante abile e valoroso. Da fanciullo si adeguò alla volontà del padre: infatti si dedicò ardentemente alle questioni militari, e, presso un altare degli dèi, giurò odio eterno contro i Romani: un giuramento che rispettò per tutta la vita. Da giovinetto prestò servizio militare in Spagna, sotto il padre, che aveva educato il figlio, sin da fanciullo, al valore guerresco con l'esempio e con i propri consigli, e grazie al proprio valore, egli (Annibale) si guadagnò il favore dei soldati. Per cui, dopo la morte di Amilcare e di Asdrubale, il genero di lui, il senato dei Cartaginesi affidò il comando supremo ad Annibale, che immediatamente si dimostrò un comandante accorto e valoroso, e molto esperto di strategia militare. Con molte battaglie sconfisse e assoggettò le popolazioni della Spagna, cinse d'assedio Sagunto, una città confederata con i Romani, e la espugnò con la forza delle armi: a quel punto i Romani giunsero in aiuto ai Saguntini e ciò fu la causa della Seconda Guerra Punica.
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I Galli, che erano calati con grandi truppe in Italia dalle Alpi, avevano messo a ferro e fuoco l'intera regione. A quel punto, i Romani, contro le enormi truppe dei Galli, le quali, per la brama di bottino, non avevano risparmiato neppure i templi, inviarono due legioni che erano state arruolate da poco. Ma invano. I Galli, infatti, e Brenno, il comandante dei Galli, assalirono il console e le legioni, e con una violenta battaglia le sgominarono presso il fiume Allia. Di lì si avvicinarono a Roma, e cinsero d'assedio il Campidoglio, la rocca di Roma. Allora i Romani abbandonarono Roma, e si rifugiarono a Veio con i vecchi, le donne e i figli. I Galli dapprima inviarono un esploratore attraverso le tenebre della notte, poi, in silenzio, scalarono la rocca. Ma le oche guardiane – gli animali che erano consacrati alla dea Giunone – sentirono i nemici, e con un forte baccano, e con il battito delle ali, risvegliarono dal sonno Marco Manlio, il guardiano del Campidoglio, che chiamò alle armi i soldati Romani. Quello vide un Gallo che ormai era arrivato sulla vetta della rocca, e lo spinse giù con la punta dello scudo. Inoltre, i soldati Romani combatterono con grande vigore, raccolsero pietre che scagliarono contro le teste dei nemici, e respinsero i Galli dalla rocca. E quindi Roma era stata slavata dai versi delle oche.
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Una volta, un gallo ed un cane viaggiavano insieme. Verso sera, stanchi per la fatica del viaggio, stabiliscono di fermarsi. Il gallo sale su un albero, e si accovaccia sopra un alto ramo, il cane, invece, si accuccia sotto l'albero; e così riposano per tutta la notte. Di mattina il gallo, come è sua abitudine, canta con voce melodiosa. Immediatamente accorre una volpe, che aveva la propria tana in un luogo vicino, e stuzzica con parole dolci la vanità del gallo: O amico, come canti dolcemente! Scendi dall'albero, ti prego: voglio ascoltare più da vicino la tua voce. Ma il gallo non viene tratto in errore dai mendaci elogi, ed evita più astutamente l'imboscata dell'astuto animale: O amica, se vuoi ascoltare più da vicino la mia voce, prima sveglia il mio portinaio, che dorme sotto l'albero: se il portinaio apre la porta, io scenderò immediatamente dall'albero e verrò da te. Allora la volpe, inconsapevole del pericolo, corre senza paura verso il cane, ed esclama a gran voce: Alzati, o portinaio, ed aprimi la porta! Il cane, risvegliato improvvisamente dal sonno, vede la volpe, ed immediatamente la aggredisce con i denti aguzzi.
Eos duodecim deos qui agricolarum duces custodesque sunt invocabo. Primum Iovem et Tellurem invocabo
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Io invocherò quei dodici dèi che sono le guide e i custodi degli agricoltori. Per prima cosa invocherò Giove e Terra, che conservano tutte le messi sotto il cielo e sulla terra: quindi, poiché essi sono definiti "i genitori di tutti gli esseri umani" Giove viene chiamato "padre" e Terra viene chiamata "la madre terra". Poi (invocherò) il Sole e la Luna, dei quali gli agricoltori devono osservare i movimenti quando seminano il frumento e le piante. Poi (invocherò) Cerere e Libero, dai quali vengono donati agli esseri umani il cibo e la bevanda. Poi (invocherò) Ruggine e Flora, grazie all'aiuto delle quali la ruggine non rovina il grano e le piante; per questo a Roma sono state pubblicamente istituite le feste "Robigali" per la dea Ruggine, e gli spettacoli "Florali" per la dea Flora. Parimenti venero Minerva e Venere: Minerva infatti ha la protezione dell'uliveto, Venere dei giardini. Invocherò anche Acqua e Buona Riuscita, perché senza acqua, la terra è arida e la coltivazione povera, senza la buona sorte non esiste coltivazione, ma (solo) delusione.
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