Romae multae deae honorantur: Iuno, Iovis uxor, dearum regina est et feminas protegit. Nam ut Pronub
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A Roma vengono venerate molte dee. Giunone, la moglie di Giove, è la regina delle dee e protegge le donne. Infatti, col nome di Pronuba, favorisce i matrimoni, invece col nome di Lucina protegge le partorienti. Minerva, la figlia di Giove, è la dea della conoscenza, per questo è considerata la protettrice della letteratura e della filosofia; ma Minerva è anche la dea della guerra: infatti ama le battaglie, indossa un elmo e una corazza, combatte con la lancia. Diana, la figlia di Latona, è la regina dei boschi e degli animali selvatici, per questo porta sempre una faretra, e con le frecce uccide le bestie feroci nei boschi. Diana inoltre, viene considerata la dea sia della luna, sia delle strade, e per questo viene invocata dai viaggiatori. Vesta, la dea delle vita domestica, è venerata in maniera devota dalle matrone e dalle fanciulle, le quali decorano l'altare della dea con corone di rose. Dalle ancelle, invece, le quali desiderano la libertà, viene onorata la dea Libera, la protettrice delle schiave.
Cato, vir probus et gravis domi bellique magnam gloriam sibi paravit. Oriundus municipio Tusculo ...
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Catone, un uomo onesto e serio, si guadagnò una grande gloria sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. Proveniente dal municipio di Tuscolo, visse fino alla giovinezza tra i Sabini. Di lì, su esortazione di L. Valerio Flacco, che successivamente ebbe come collega nel consolato e nella censura, si trasferì a Roma e cominciò a frequentare il Foro. Fu tribuno dei soldati in Sicilia. Dopo il ritorno dall'isola, combatté valorosamente, insieme al console C. Claudio Nerone, presso Senigallia contro Asdrubale, il fratello di Annibale, ed ottenne un encomio militare. Successivamente fu questore, poi venne eletto edile della plebe insieme a C. Elvio; in qualità di pretore ottenne la provincia di Sardegna. Ricoprì il consolato insieme a L. Valerio Flacco; dopo alcuni anni ottenne il governatorato della Spagna Citeriore, e riportò un trionfo. Venne eletto censore insieme al medesimo Flacco, ed esercitò il potere in maniera severa: infatti espulse dal senato molti uomini nobili per indegnità, e, con una legge, contrastò la dissolutezza, che già all'epoca cominciava a diffondersi. Anche da vecchio non smise di addossarsi inimicizie nell'interesse dello Stato. Raccontò le vicende di Roma nei libri che si intitolano "le Origini"; scrisse anche un libro sull'agricoltura, che si intitola "Sull'agricoltura".
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Farai il pasticcio apiciano (apiciano: "di Apicio") in questa maniera: prenderai dei pezzi di lardo, delle parti magre (pulpae) di pesci, delle parti magre di un pollo, dei beccafichi o anche dei petti di tordi cotti. Taglierai ogni cosa diligentemente ad eccezione dei beccafichi. Scioglierai delle uova, ma crude, con dell'olio. Pesterai del pepe e del sedano; verserai della salsa, del vino, del vino d'uva passa. Metterai il condimento in una pentola, lo riscalderai e lo legherai con l'amulo. Prima, però, metterai lì tutte le parti magre sminuzzate, e quando le parti magre saranno cotte, le bagnerai con il loro sugo, e per mezzo di un mestolo, le riverserai nel piatto con dei grani di pepe interi e dei pinoli. Quindi, uno strato alla volta, spargerai sotto un velo, verserai dell'olio, e, alla stessa maniera, metterai una frittella. Con una punta bucherai un'unica frittella e la metterai sopra. Spargerai del pepe e servirai.
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In una certa remota regione al di là della Tracia, presso i Cimmerii, c'è un mote alto e dirupato, e alle pendici del monte c'è una caverna buia, dove si trova la dimora del pigro dio Sonno, dove i raggi del sole non entrano mai, ma dalla terra vengono esalate nuvole di cenere miste a caligine. Lì non canta alcun uccello; lì né animali selvatici, né capi di bestiame, né cani, né altri animali con i loro versi infrangono il profondo silenzio. Lì non si ode il mormorìo dei rami mossi dal vento, e le voci umane non risuonano nell'aria tenebrosa. Una quiete silenziosa abita questi luoghi. Tuttavia, dal centro del monte, sgorga il torrente Letè, che bagna la caverna, e i suoi flutti, con il loro lento movimento, invitano al sonno. Davanti alle porte della caverna fioriscono papaveri rossi ed innumerevoli erbe, le quali vengono ritenute soporifere e diffondono torpore attraverso la terra scura. La dimora non ha alcuna porta, alcun custode sulla soglia, ma al centro della grotta c'è un grande letto d'avorio, coperto da un telo nero, sul quale il dio Sonno giace tranquillo e fiacco, e dorme profondamente.
Menecrates medicus Philippi Macedonum regis ex Graecia oriundus non solum ob artem suam sed etiam ob
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Menecrate, il medico di Filippo, il re dei Macedoni, proveniente dalla Grecia, era rinomato non soltanto per la sua maestria, ma anche per sua grande presunzione: infatti aveva l'abitudine di ripetere: Io sono simile a Giove, perché posso guarire gli esseri umani. Un giorno Filippo dette un banchetto in onore di Menecrate, e per lui allestì la tavola separatamente dagli altri convitati. A tutti i commensali venivano serviti piatti deliziosi e vini dolci, per il solo Menecrate gli schiavi portavano preziosi unguenti e bruciavano incenso. Inizialmente il medico si compiacque fortemente di quella cosa – infatti l'incenso si brucia soltanto davanti agli dèi – ma poi cominciò ad essere tormentato dalla fame e dalla sete, e chiese del cibo e del vino. Ma il re Filippo gli disse sorridendo: Gli dèi né sentono la fame, né hanno sete. In questa maniera Filippo deprecò e punì la presunzione di Menecrate.
- Bibliotheca a Graeco sermone nomen accepit, quod ibi recondunntur libri. Apud Graecos ...
- Ecce tres anseres sacri qui, ut puto, medio die solebant diaria ab ...
- Arminius, Cheruscorum princeps, dux strenuus et prudens erat; quia Germani Romanorum ...
- Ut animi tui sic oculorum tuorum iudicio semper plurimum tribuo nam tu ...