Augusti nomen notum usque ad orbis terrarum fines erat quia imperator iustitiam colebat gentium iura
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Il nome di Augusto era conosciuto fino ai confini del globo terrestre, perché l'imperatore praticava la giustizia, rispettava i diritti delle popolazioni, difendeva gli umili, puniva i malfattori con pene pesanti e mandava in esilio i cittadini disonesti e perfidi; era generoso verso tutti, ed estremamente fedele agli amici. In nessuna epoca l'impero Romano fu fiorente tanto quanto nell'epoca di Augusto. L'imperatore aveva l'abitudine di dire: Io sono soltanto il primo tra i cittadini Romani e il primo tra i senatori, non un dittatore o un tiranno dei Romani! Augusto inoltre combatté con successo in guerra. Infatti, tramite Druso, suo figlio adottivo, vince la guerra contro i Daci, sconfigge le vaste truppe dei Germani; aggiunge all'impero Romano l'Egitto, la Cantabria e la Dalmazia, mai domata. Tramite Tiberio, l'altro figlio adottivo, gestisce la guerra di Pannonia. Riduce sotto l'autorità dei Romani tutte le popolazioni marittime del Ponto, riprende l'Armenia dai Parti, i quali restituiscono le insegne Romane conquistate in una battaglia precedente; ostaggi nobili e doni magnifici vengono inviati a Roma dai Persiani.
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Quando Atene prosperava grazie a leggi imparziali, una sfrenata libertà confuse la cittadinanza, e la libertà slegò il vecchio freno. In quel frangente, poiché i partiti delle fazioni si erano messi d'accordo, il tiranno Pisistrato si impossessò della rocca. Poiché gli Ateniesi deploravano la triste schiavitù (non perché Pisistrato era crudele, ma perché, per loro che non erano abituati, ogni peso era pesante) e poiché avevano incominciato a lamentarsi, Esopo narrò tale breve racconto. Le rane, poiché si aggiravano libere nelle paludi, chiesero a Giove con grande schiamazzo un re, affinché reprimesse con la forza i costumi dissoluti. Il padre degli dèi sorrise, e dette loro un piccolo pezzo di legno, il quale, dopo essere stato lasciato cadere, con l'improvviso movimento delle acque e il rumore, spaventò il pavido popolo delle rane. Poiché il pezzo di legno giaceva da lungo tempo sommerso dal fango, una rana casualmente sollevò silenziosamente la testa fuori dallo stagno, e dopo che ebbe esaminato il re, chiamò tutte le altre rane, le quali, avendo messo da parte la paura, nuotarono a gara verso quel luogo. La folla rumorosa montò sopra il pezzo di legno. Dopo che lo ebbero oltraggiato con ogni ingiuria, inviarono degli ambasciatori a Giove affinché chiedessero un altro re. A quel punto Giove mandò loro un serpente, il quale, con il dente aguzzo, cominciò ad aggredirle una dopo l'altra. Invano le inette rifuggivano la morte, la paura strozzava la voce. Dunque, di nascosto, incaricarono Mercurio di recarsi presso Giove e pregarlo di aiutare le rane sventurate. A quel punto, però, il dio disse: Dato che non avete voluto sopportare il vostro bene, ora sopportate fino in fondo il (vostro) male.
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Latona, dopo aver partorito Apollo e Diana, figli di Giove, venne costretta a scappare dall'isola di Delo da Giunone, la moglie di Giove, perché la regina degli dèi e degli esseri umani invidiava Latona. La dea vagabondò per lungo tempo attraverso l'Asia, insieme ai figli piccoli; alla fine giunse nella Licia, dove, stanca a causa del lungo viaggio, ricercava riposo per sé ed acqua per i figli, perché i fanciulli, spossati dal calore del sole, erano tormentati dalla sete. Casualmente vede una palude, e degli agricoltori presso le sponde: accorre felice verso la palude insieme ai figli, ma, mentre si inginocchia e attinge l'acqua per mezzo delle mani, gli agricoltori allontanano la dea dall'acqua e, con parole oltraggiose, cacciano via lei ed i figli. A quel punto Latona rivela la propria natura divina, e grida adirata: Agricoltori sacrileghi, dal momento che non avete avuto compassione per una madre sventurata, e avete rifiutato l'acqua ai miei figli, d'ora in avanti voi vivrete nelle acque delle paludi e sulle sponde degli stagni! Ed immediatamente, per volere della dea, i contadini della Licia vennero tramutati in rane.
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Anticamente a Roma, all'infuori dei giochi del circo, non c'erano spettacoli, però, poiché il popolo pativa una grave epidemia, affinché agli dèi immortali venisse richiesta la fine della malattia, per lode di essi vennero scritte e recitate delle rudimentali poesie; (ci) vennero abbinati dei balli Etruschi, e dall'Etruria venne mandato a chiamare un "ludio" famoso, cioè un maestro di teatranti, che si chiamava "Istrione", ed egli, sia con il movimento del corpo, sia con il suono della voce, divertì moltissimo il popolo rozzo; da allora in poi, in onore di lui, tutti gli artisti teatrali vennero chiamati "istrioni". Per giunta, da "ludio" venne derivata la parola "ludi".
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Il luogo dove adesso si trova Roma, nell'antichità era chiamato "i Sette Colli", dai sette colli che le mura della città racchiudevano. Il colle Capitolino si chiama così perché lì dove ora sorge il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, è stata trovata una grossa testa umana. Il colle Aventino si chiama così per tutti gli uccelli che di sera volano su questo colle dalle sponde del Tevere, oppure, come dicono altri, dal nome del re Aventino, un condottiero degli Albani che nell'antichità fu sepolto lì. Sul colle Esquilino ci sono due cime: il colle Oppio e il colle Cespio, che prendono il nome dalle famiglie nobili che qui abitavano. I colli Viminale e Quirinale vengono considerati importanti, poiché sul Viminale c'era un antico altare dedicato a Giove Viminio, e sul Quirinale (c'era) un santuario consacrato a Quirino. Il Palatino è il principale dei sette colli, perché qui Romolo fondò Roma, e da qui ha origine l'impero Romano.
- Sine dubio in linguae Latinae studio discipuli industriam et diligentiam adhibere debent, sed etiam
- Malorum hominum natura ne beneficiis quidem bonorum ac liberalium hominum mutari potest ...
- In Europa multae insulae sunt: magnae putantur Britannia, Sardinia, Corsica, Sicilia, Creta atque Cy
- Mercurius, Iovis Maiaeque filius, mercaturae deus erat; nam negotiis praesidebat et patronus non sol