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Epaminondam fuisse patientem suorumque iniurias ferentem civium, quod se patriae irasci nefas esse duceret,... totum exercitum propter praetorum imprudentiam inscitiamque belli periturum.
Queste sono le prove testimoniali che Epaminonda fu paziente e tollerante le offese dei suoi concittadini, poiché credeva che non era giusto infuriarsi con la patria. Poichè i suoi concittadini per invidia non avevano voluto metterlo a capo dell'esercito ed era stato scelto un condottiero inesperto di guerra, per errore del quale quella moltitudine di soldati si trovò in una situazione così critica che tutti temevano fortemente per la salvezza, poiché, chiusi in luoghi angusti, erano assediati dai nemici, si cominciò a sentire la mancanza della perizia di Epaminonda. Infatti si trovava lì come privato cittadino nel corpo dei soldati. Chiedendogli aiuto, non serbò alcun ricordo dell'offesa e ricondusse illeso in patria l'esercito, dopo averlo liberato dall'assedio. Ma non fece ciò una sola volta, ma molto spesso. Ma fu soprattutto illustre quel fatto, quando condusse l'esercito nel Peloponneso contro gli Spartani ed ebbe due colleghi, uno dei quali era Pelopida, uomo forte e coraggioso. In tale circostanza, poiché erano tutti incorsi nell'invidia a causa delle accuse degli avversari e per questo era stato tolto loro il comando ed erano subentrati al loro posto altri comandanti, Epaminonda non ubbidì al decreto del popolo e convinse i colleghi a fare lo stesso e fece la guerra che aveva intrapreso. Si accorgeva infatti che, se non avesse agito così, tutto l'esercito sarebbe andato in rovina a causa dell'imprevidenza e dell'impreparazione bellica degli strateghi.
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Non sum sapiens, nec ero. Exige itaque a me, non ut optimis par sim,...ex intervallo ingenti reptabundus sequar.
Non sono saggio, né lo sarò. Esigi dunque da me, non che io sia pari ai migliori, ma migliore trai cattivi: questo mi basta, ogni giorno rimuovere qualcosa dai miei difetti e biasimare i miei errori. Non sono giunto alla guarigione, neppure vi giungerò. "In un modo" dici " tu parli, in un altro vivi". Questo è stato rinfacciato a Platone, obiettato a Epicuro, rimproverato a Zenone; tutti costoro infatti dicevano che bisogna vivere non come essi stessi vissero, ma come essi anche avrebbero dovuto vivere. Parlo della virtù non di me, e quando insulto i vizi, insulto per prima i miei: vivrò come è opportuno. Né codesta acredine impregnata di molto veleno mi distoglierà dai migliori; neppure codesto veleno, di cui spargete gli altri, con cui voi morite, mi impedirà di continuare a lodare la vita, non quella che vivo, ma quella che so si debba condurre, né di adornare la virtù e di seguirla a grande distanza trascinandosi.
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Popularis fama autem, quae se verae gloriae imitatricem esse vult, temeraria et plerumque peccatorum vitiorumque...philosophia, cuius auxilium non ut in corporis morbis petendum est foris, sed in ipso animo.
La reputazione popolare, che vuole essere simulatrice della gloria autentica, temeraria e generalmente lodatrice dei peccati e dei vizi, con la finzione della rettitudine morale deteriora il suo aspetto e la sua bellezza. Indeboliti gli uomini da questa cecità (ablativo assoluto), anche quando desideravano davvero cose splendide, spesso distrussero del tutto le loro città. E costoro davvero cercando ottime cose si ingannano non tanto a causa della volontà, ma per un errore di percorso. Che? Le malattie dell'anima sono più pericolose e numerose di quelle del corpo (queste infatti sono odiose di per sé, poiché riguardano l'anima e la tormentano). "Un'anima malata - come dice Ennio - erra sempre e non è in grado di soffrire né di sopportare, non smette mai di desiderare". D'altra parte chi può ammettere che l'anima non possa curare se stessa, dal momento che l'anima ha scoperto la stessa medicina del corpo e i corpi stessi e la (loro) natura contribuiscono molto alla guarigione dei corpi? Esiste certamente una medicina per l'anima, la filosofia, il cui aiuto non si deve cercare dall'esterno, come nelle malattie del corpo, ma nell'animo stesso.
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Venio nunc non iam ad furtum, non ad avaritiam, non ad cupiditatem, sed ad eius modi facinus in quo omnia nefaria...Quid multa? Rex ita discessit ut et istum copiose ornatum et se honorifice acceptum arbitraretur.
Vengo ora non all'inganno, non all'avarizia, non alla cupidigia, ma alla scelleratezza di questo genere nel quale mi sembra che siano contenute e ci siano tutte le cose nefaste nella quale gli dei immortali furono violati, la stima e l'autorità del nome del popolo offese, l'ospitalità privata e abbandonata, tutti i re più amici e le nazioni che sono nel loro regno e dominio allontanati da noi dalla scellerataggine di costui. Infatti sapete che i re della Siria, i figli fanciulli del re Antioco, furono recentemente a Roma. Una fra loro (genitivo partitivo) che è chiamato Antioco, volle fare un viaggio per la Sicilia, pertanto arrivò a Siracusa mentre costui era governatore. Questo Verre credette che gli fosse arrivata un'eredità, poiché era giunto nel suo regno e nelle sue mani colui che aveva sentito e sospettava avere con sé molte cose preziose. Inviò all'uomo doni abbastanza abbondantemente: questi per l'uso domestico, quanto sembrò opportuno di olio e di vino, anche quanto era sufficiente di grano, dalle sue decime. Poi invitò lo stesso re a cena. Addobbò (presente storico) la sala da pranzo in maniera splendida e sontuosa; mette in mostra quelle cose di cui abbondava, moltissimi e bellissimi vasi d'argento, infatti questi non li aveva ancora fatti d'oro; fece in modo che il banchetto fosse preparato e fornito di ogni cosa. Che dire di più? Il re si ritirò così che ritenne che questo fosse abbondantemente fornito e che egli fosse stato trattato in modo onorevole.
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Vocat ad cenam deinde ipse praetorem; exponit suas copias omnis, multum argentum, non pauca etiam pocula ex auro...inter omnia pulcherrimum, relinquere. Sic illi tum inanes ad Antiochum revertuntur.
Poi lui in persona invitò (presente storico) a cena il pretore mise in mostra tutti i suoi averi, molto argento, anche non poche tazze d'oro, che, come è uso regale e soprattutto in Siria, erano adornate di gemme assai preziose. Vi era anche un vaso da vino, un mestolo ricavato da un'unica pietra preziosa molto grande, con il manico d'oro, del quale, credo, avete sentito parlare Quinto Minucio, testimone sufficientemente idoneo e serio. Questo prendeva in mano ciascun vaso, lo elogiava lo ammirava: il re era felice che quel banchetto fosse abbastanza piacevole e gradito al pretore del popolo Romano. Dopo che si allontanò da quel luogo, questo non pensò ad altro se non al modo in cui mandar via il re dalla provincia derubato e ripulito. Mandò (pres. storico) a chiedere quei bellissimi vasi che aveva visto in casa sua; disse di volerli mostrare ai suoi cesellatori. Il re, che non lo conosceva, glieli offrì con molto piacere senza alcun sospetto. Poiché sembrava che Verre li avesse ormai guardati a sufficienza, gli inviati del re iniziarono a prenderli per riportarli indietro. Questo disse di volerli guardare più e più volte, li invitò ad andarsene e a lasciare il candelabro, la cosa più bella tra tutte. Così dopo quelli tornano da Antioco a mani vuote.