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Magni intererit eorum, qui Romanorum cursus honorum cognoscere velint, quid imperium proconsulare... qui post gestum in Urbe consulatum in provincias mittebantur.
Importerà molto, a quelli che vogliono capire la carriera delle cariche Romane, rammentare perché nei tempi antichi sia esistito l'imperium proconsolare. Prima della seconda guerra Punica i Romani si servivano di rado e dell'imperium proconsolare, poiché i magistrati urbani erano sufficienti per quasi tutti i compiti; ma poi, ingranditosi l'impero, le province iniziarono ad essere affidate in modo straordinario, cosa che accadde principalmente in tre modi. Nel primo, talora l'imperium proconsolare veniva assegnato a cittadini privati, cosa che per la prima volta toccò a Gaio Fabio e Spurio Furio e poi a Cornelio Scipione, che, pur non avendo esercitato alcuna carica, fu inviato, giovane di ventitré anni, in Spagna con il comando. Nel secondo, talvolta a qualcuno il governo della provincia veniva prolungato per oltre un anno. Ma nel terzo, venivano detti più comunemente proconsoli quelliche dopo aver ricoperto il consolato a Roma venivano inviati nelle province.
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Secutum est bellum gestum apud Mutinam. In quo Atticus divinus fuit, si divinatio appellanda est perpetua ...
Seguì la guerra combattuta a Modena. In questa (guerra) Attico fu divino, se divinazione si deve chiamare l'eterna naturale bontà che non è mossa né diminuita da nessun evento. Cosa potrei dire? Antonio, dopo che era stato giudicato (iudicatus), si era allontano dall'Italia;, la speranza di far ritorno era nulla (non c'era nessuna speranza che vi facesse ritorno). Infatti perseguitavano gli amici di Antonio non solo i nemici, che allora erano molto potenti e molto numerosi, ma anche gli amici, che si consegnavano ai suoi avversari e nel danneggiarlo speravano di averne qualche vantaggio. Tutti questi volevano privare la moglie di Antonio, Fulvia, di ogni cosa, si preparavano anche a ucciderne i figli. Nonostante fosse amico intimo di Cicerone e amicissimo di Bruto, non solo non permise loro di offendere Antonio, ma al contrario protesse, per quanto poté, e aiuto i famigliari di lui che fuggivano dalla città. Quando faceva queste cose, chi avrebbe potuto pensare che egli agisse per opportunità? A nessuno infatti veniva in mente che Antonio si sarebbe impadronito del potere. Ma talvolta egli veniva ripreso da alcuni nobili perché sembrava che odiasse poco i cittadini malvagi. Ma lui faceva ciò che riteneva giusto piuttosto che ciò che gli altri lodavano.
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«Ardeates - inquit - veteres amici, nemo vestrum condicionis meae oblitum me esse putet; sed res ac periculum commune... non recuso eundem Ardeae rerum mearum exitum, quem Romae habui»
Disse: "Ardeatini, vecchi amici, anche miei nuovi concittadini, che nessuno di voi pensi che io sia venuto qui dimentico della mia condizione, ma la cosa e il pericolo comune costringono a mettere a disposizione ogni aiuto che ciascuno può nella gravità della situazione. E quando vi ricompenserò per i vostri tanti meriti nei miei confronti, se desisterò adesso? Quale utilità avrete da me, se non sarà in guerra? Con quest'arte mi sostenni in patria e, invitto in guerra, in pace sono stato cacciato dai concittadini ingrati. Ma, Ardeatini, vi è offerta sia l'occasione di render grazie per i tanti atavici benefici del popolo romano, quanti [benefici] voi stessi ricordate, (infatti non devono essere rinfacciati presso i memori)sia di procurare a questa città una grande gloria bellica da un comune nemico. Quelli che s'avvicinano con marcia disordinata, è un popolo a cui la natura diede corpi e animi più grandi che vigorosi perciò in ogni battaglia portano più terrore che forze. Ne sia prova la sconfitta di Roma. Presero una città indifesa; dalla rocca del Campidoglio ma si resiste con una piccola schiera; ormai vinti dalla noia dell'assedio s'allontanano e vagabondi errano per i campi. Sazi di cibo e di vino ingurgitato di un fiato quando scende la notte, si coricano qua e là presso i corsi d'acqua senza fortificazione, senza corpi di guardia e sentinelle qua e là si coricano alla maniera delle bestie, ora a causa delle cose favorevoli più incauti del solito. Se avete in animo di vigilare sulle vostre mura e di non tollerare che tutto ciò diventi Gallia, all'imbrunire afferrate le armi, numerosi seguitemi verso una strage, non verso una battaglia. Se non li consegnerò immersi nel sonno come bestie da trucidare, non rifiuto (di avere) ad Ardea la stessa fine delle mie cose che ebbi a Roma.
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T Quinctius Capitolinus et Agrippa Furius consules nec seditionem domi nec foris bellum acceperunt; ... popularis oratio fuit plebi acceptior quam illa, a severissimo consule dicta.
I consoli T Quinzio Capitolino ed Agrippa Furio non toccarono né un conflitto interno [lett. una rivolta in patria] né un conflitto all'esterno; ma erano prossime entrambe. La discordia tra i cittadini ormai non poteva essere più repressa e la plebe veniva così istigata dai tribuni contro i patrizi, cosa che non si conviene per niente ai magistrati dello Stato, che nuove contese agitavano sempre le assemblee. Il primo fragore di queste non scappò agli Equi e ai Volsci: infatti, come se ne avessero appreso il segnale, imbracciarono le armi e, radunati gli eserciti, depredarono dapprima il territorio Latino; poi, dato che lì non arrivava nessun vendicatore, esultando allora i promotori della guerra, si avvicinarono alle mura stesse di Roma per saccheggiarla, ostentando per insulto alla città la devastazione delle campagne. Dopo che si voltarono all'indietro impuniti, portando il bottino davanti a sé, il console Quinzio, che soprattutto provava fastidio per le rivolte, convocò il popolo in assemblea. Le sue parole si addicono davvero a un console Romano: infatti raramente l'orazione di un tribuno popolare fu più gradita alla plebe di quella, pronunciata da un console molto serio.
ULTERIORE VERSIONE CON QUESTO TITOLO
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Ibi in hanc sententiam locutum esse Quinctium accipio: «Etsi nullius noxae conscius sum, tamen cum pudore...Qui finis erit discordiarum? Hostem nemo submovit: in nos viri, in nos armati estis!»
In questa situazione (ibi) sono venuto a sapere che in questo discorso Quinto disse: "Benché io non sia reo di alcun misfatto, tuttavia mi presento al vostro cospetto con estrema vergogna. Mi vergogno che voi sappiate questo, che questo sarà tramandato nella memoria dei posteri: (che sappiate che) gli Equi e i Volsci sono arrivati armati impunemente alle porte della città di Roma. Quindi chi hanno disprezzato i più vili dei nemici? Noi consoli o voi Quiriti? Se è nostra la colpa, sottraete il comando coloro che non ne sono degni e, se questa cosa è troppo poco, oltre a questa preparategli una punizione: se è dentro di voi, non vi sia nessuno tra gli dei né tra gli uomini che punisca le vostre colpe, o Quiriti: dispiaccia soltanto a voi stessi di esse. Quelli, da noi tante volte sconfitti e messi in fuga, non hanno disprezzato la vostra debolezza, né hanno confidato nel loro valore: la discordia tra le classi è il veleno di questa città, i contrasti tra i patrizi e la plebe, mentre voi avete fastidio dei i magistrati patrizi, noi dei plebei, che hanno risollevato i loro animi. In nome degli dei, cosa volete per voi? Avete desiderato i tribuni della plebe; li abbiamo concessi per la concordia. Avete desiderato i triumviri; abbiamo permesso che fossero eletti. Vi siete stancati dei decemviri; abbiamo costretto (questi) a lasciare la carica. Avete voluto che si eleggessero per la seconda volta i tribuni della plebe; li avete eletti. Quale sarà la fine delle discordie? Nessuno ha allontanato il nemico: Solo contro di noi voi siete (dei veri) uomini, solo contro di noi impugnate le armi (lett. siete armati).
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