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Dopo che i Romani ebbero conquistato Taranto, Andronico, un uomo Greco, venne portato a Roma come schiavo. Poiché era ignara della letteratura Greca, egli fu precettore presso la famiglia di Livio Salinatore e, secondo l'usanza Romana, venne chiamato "Livio". Ma, poiché i Romani disprezzavano la letteratura, il suo era un compito difficile. E così, poiché egli desiderava diffondere la nobile arte dei poeti illustri, con straordinario impegno tradusse un antico poema di Omero dalla lingua Greca nella lingua Latina. Di lì in avanti, nelle scuole, l'Odissea di Andronico veniva letta da tutti gli scolari Romani.
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Ogni anno la gioventù di rango equestre celebra la città per due volte, con un allegro spettacolo. La tradizione dei Lupercali venne iniziata da Romolo e Remo. Infatti i gemelli esultavano per la gioia, perché il nonno Numitore, re degli Albani, su esortazione di Faustolo, aveva permesso di fondare una città alle pendici del colle Palatino, in quel luogo dove erano stati allevati. E così i gemelli compirono un sacrificio ed uccisero dei capri, e poi, spinti dall'allegria del banchetto e dal molto vino, cinticon le pelli delle vittime immolate, prendevano in giro per gioco quelli che incontravano. E così, il ricordo dell'allegria di Romolo e di Remo viene rievocato ogni anno.
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Nella regione della Grecia ci fu un attore dall'illustre reputazione, poiché spiccava su tutti gli altri per chiarezza della voce e per bellezza: aveva nome Polo, ed interpretava con sapienza e maestria le tragedie di importanti poeti. Polo aveva perso, a causa della morte, il figlio amato in maniera unica e, dopo aver portato il lutto a sufficienza, ritornò al proprio mestiere. In quel periodo egli interpretava ad Atene l'Elettra di Sofocle, e doveva maneggiare un'urna come con le ossa di Oreste. Infatti, l'intreccio del racconto era stato composto in questa maniera: Elettra, come se portasse le spoglie del fratello, piangeva la morte del giovane. Dunque Polo aveva preso le ossa e l'urna dalla tomba del figlio e, vestito del luttuoso abito di Elettra, come se abbracciasse l'urna di Oreste, riempì ogni cosa non di finzioni e di simulazioni, ma di lamenti autentici e affannati. E così, mentre veniva recitata una storia di finzione, venne rappresentato un dolore autentico.
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Mentre conduceva l'esercito ad Olinto, lo Spartano Febida marciò attraverso Tebe, e, con l'aiuto di pochi Tebani, occupò la rocca della città. I traditori in parte uccisero, in parte scacciarono in esilio i capi dell'altra delle due fazioni. Gli esuli si rifugiarono ad Atene, e si sforzavano di riconquistare la patria. Spesso le grandi imprese vengono compiute con piccole truppe: infatti, la potenza degli Spartani veniva abbattuta da dodici giovinetti, che erano guidati da Pelopida. Questi giovani partirono da Atene durante il giorno, e, alla sera, giunsero a Tebe. Poi, mentre i capi della città pranzavano insieme (era, infatti, un giorno di festa), essi si addentrarono con dei cani da caccia, in abito contadino e con delle reti, e non venivano riconosciuti da nessuno (lett. : "da nessun uomo").
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Sotto il consolato di L. Manlio Vulsone e M. Attilio Regolo la guerra fu spostata in Africa. I consoli avanzarono fino a Cartagine, e, dopo che molti fortilizi furono stati saccheggiati, Manlio ritornò a Roma vincitore, Attilio Regolo rimase in Africa. Costui schierò l'esercito contro gli Africani; nello scontrarsi fu vincitore, e molti nemici morirono. A quel punto, i Cartaginesi, sconfitti, chiesero ai Romani la pace. Poiché Regolo non volle concederla, se non a condizioni durissime, gli Africani chiesero aiuto agli Spartani. Sotto il comando di Santippo, che era stato mandato dagli Spartani, Regolo, il comandante dei Romani, venne sconfitto con un tracollo definitivo. Insieme a Regolo furono catturati molti prigionieri, e furono gettati nelle carceri.