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È meglio trascorrere la vita secondo i propri costumi e non vantarsi per i beni altrui. Nei tempi antichi Esopo, per mezzo di una favola, fornì un esempio straordinario. Un corvo, gonfio di futile presunzione, raccolse le penne variopinte che erano cadute ad un elegante pavone, e decorò il proprio corpo con le belle penne. Poi, disdegnando i propri simili, restava insieme ai bei pavoni (formosis). I pavoni, dopo aver strappato le penne all'uccello sfacciato, con i becchi misero in fuga il corvo. Conciato male, il corvo ritornò lamentandosi presso la sua specie, ma venne scacciato. Infatti tutti gli altri corvi, che prima aveva disdegnato, dissero: Poiché non fosti contento dei doni che la Natura ti aveva dato, hai imparato l'umiliazione e l'esclusione.
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Di certo nessuno, tra i Cartaginesi, supera, in fatto di saggezza, di valore e di imprese compiute, Annibale, il quale, da solo, lottò per tanti anni contro tanti nostri generali, per la supremazia e per la gloria. E tuttavia i suoi concittadini cacciarono costui dalla città: noi, invece, celebriamo il nemico Cartaginese con la nostra letteratura e con il nostro ricordo. Per questa ragione, prendiamo a modello i nostri Bruti, i Camilli, i Decii, i Curii, i Fabrizi, i Massimi, gli Scipioni, i Lentuli, gli Emilii e gli innumerevoli altri che hanno consolidato questo Stato! Io, per me, li pongo nella schiera e nella cerchia degli dèi immortali. Amiamo la patria, obbediamo al Senato, provvediamo agli onesti! Trascuriamo i vantaggi immediati, mettiamoci al servizio della gloria presso i posteri! Speriamo le cose che desideriamo, ma sopportiamo ciò che sarà accaduto! Pensiamo, infine: Il corpo degli uomini forti e importanti è mortale, le attività dell'animo e la gloria del valore, invece, saranno eterni.
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Mentre si trovava a Roma, Sesto Roscio Amerino viene ucciso nelle vicinanze delle terme. Ad Ameria, riferisce per primo la morte di lui Mallio Glaucia, un uomo umile, figlio di un liberto; e la riferisce non al figlio, bensì a Tito Capitone, avversario di quello. Non molto dopo, alcuni raccontano ciò a Crisogono, nell'accampamento di Silla nelle vicinanze di Volterra: gli fanno presente l'entità del denaro di Roscio, e il pregio dei poderi (infatti lasciò tredici fondi); ricordano la povertà e l'isolamento del figlio di Roscio; inoltre – dicono – così come il padre, un uomo tanto opulento e prestigioso, era stato ucciso senza alcuno sforzo, anche il figlio, sprovveduto e inesperto, poteva essere tolto di mezzo facilmente: promettono il proprio aiuto per l'impresa. E così mettono in piedi un'alleanza. Anche se fino ad allora non c'era stata alcuna proposta di proscrizione, tuttavia il nome di Sesto Roscio viene scritto nei registri; locatario di tutti i beni fu Crisogono; tre poderi pregiatissimi vennero assegnati a Capitone.
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Che cos'è l'uomo? Un corpo debole e fragile, nudo, bisognoso del sostegno altrui, esposto a tutte le ingiurie della sorte, pasto per qualsiasi belva, vittima di chiunque; formato da parti molli e fluide, splendido quanto alle fattezze esteriori, non tollerante del freddo, del caldo, della fatica; timoroso per i propri nutrimenti, dei quali ora viene meno per la mancanza, ora scoppia per la sovrabbondanza; dall'ansiosa ed angosciosa autodifesa, dall'animo incerto e malfermo, che uno spavento improvviso o un suono sordo udito inaspettatamente dalle orecchie scuote, sempre alimento di preoccupazione per sé stesso, difettoso ed inutile. Sono letali per lui l'odore ed il sapore, la stanchezza e la veglia, l'acqua ed il cibo senza i quali non può vivere; ovunque si sposti, subito è consapevole della propria infermità. Con l'animo medita cose immortali, eterne, e le ripartisce tra i nipoti e i pronipoti, quando, nel frattempo, la morte lo pressa mentre intraprende imprese di lunga durata.
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Il re dei Persiani Dario si procurava una grande flotta e delle grandi truppe di fanti e di cavalieri, poiché desiderava ridurre la Grecia sotto la propria egemonia. I generali del re Dati ed Artaferne fecero approdare la flotta in Eubea, conquistarono rapidamente Eretria, e inviarono in Asia, presso il re, tutti i cittadini. Da lì, essi entrarono in Attica e portarono le truppe sulla pianura presso Maratona. In un primo momento, gli Ateniesi chiesero aiuto agli Spartani, e mandarono a Sparta il veloce corridore Filippide, poiché doveva annunciare il pericolo incombente. Nessuna città andava in aiuto agli Ateniesi. A quel punto, su decisione di Milziade, gli Ateniesi fecero uscire dalla città le loro piccole truppe, e allestirono un accampamento in un luogo opportuno. Il giorno successivo gli Ateniesi furono coraggiosi in battaglia, e sconfissero il grande numero dei nemici.
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