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Gli Ateniesi combattevano la guerra contro gli Spartani. Poiché gli Spartani erano giunti nell'Attica a causa di una grave carestia, avevano cacciato via gli abitanti e avevano collocato un accampamento nei pressi della città. A quel punto, gli Ateniesi inviarono degli ambasciatori all'oracolo Delfico, e consultarono Apollo riguardo alla vittoria. La Pizia, la sacerdotessa di Apollo, dopo essere stata interrogata dagli ambasciatori, rispose in questa maniera: O Ateniesi, sarete i vincitori se il vostro re sarà stato ucciso dai nemici. All'epoca il re degli Ateniesi era Codro: dopo che erano stati conosciuti il responso del dio e le indicazioni dei nemici, il re si cambiò l'abito regale e, abbigliato poveramente, e portando sul collo una fascina, entrò nell'accampamento dei nemici. Lì, con una falce, ferì un soldato Spartano, e il soldato con la spada uccise Codro. Gli Spartani, dopo aver riconosciuto il corpo del re, consapevoli dell'oracolo, se ne andarono senza combattere (lett. : "senza battaglia"). E così il re Codro, grazie al valore, ricercò la morte in difesa della salvezza della patria, e liberò gli Ateniesi dalla guerra.
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I nostri avi resero Capua il rifugio degli aratori, la dispensa e il granaio della campagna Campana. Dopo che Capua fu stata sconfitta e conquistata, in quella città nulla fu non dico fatto, ma nulla fu neppure pensato contro questo Stato. Successivamente furono combattute molte guerre contro dei re: Filippo, Antioco, Mitridate e tutti gli altri; per giunta molte guerre gravose; in questo Stato ci furono molte insurrezioni interne e guerre con gli alleati. In tutte quelle guerre interne ed esterne, Capua non soltanto non ci si oppose, ma ci si mostrò favorevole e accolse i nostri eserciti con le sue case e le sue dimore. Gli abitanti di Capua non turbarono mai lo Stato con piani ingiusti, né andarono in cerca di alcuna causa di rivolgimenti politici. Non venivano scossi dalla bramosia di gloria, poiché, dove non esiste il prestigio a livello ufficiale, lì non può esserci bramosia di gloria. E così, i nostri antenati, grazie al discernimento e al senno, condussero la famosa arroganza e l'insopportabile ferocia Campana ad una quiete placida e pigra. E in questa maniera, essi evitarono anche il disonore della crudeltà, poiché non abbatterono una città nobile ed antica, ma lasciarono quella stessa ai posteri fiaccata e resa inoffensiva.
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Tu desideri una cosa utile, che io suddivida la filosofia e ordini per membra il grande corpo di essa; infatti, attraverso parti (distinte), veniamo condotti più facilmente alla comprensione del tutto. Farò dunque ciò che chiedi, e suddividerò la filosofia in parti. Per prima cosa, dunque, dirò quale differenza ci sia fra la sapienza e la filosofia. La sapienza è il bene compiuto della mente umana; donde venga chiamata "filosofia" risulta chiaro: infatti questa è amore e desiderio di sapienza. La sapienza è stata definita in maniera tale che essa viene chiamata "conoscenza delle cose divine e delle cose umane". Ci furono anche quelli che, chi in un modo, chi in un altro, definirono la filosofia: alcuni dissero che essa è lo studio della virtù, altri che è la ricerca (adpetitionem) di una ragione retta.
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M. Catone, proveniente dal municipio di Tusculo, da giovinetto visse nel territorio dei Sabini, poiché lì aveva un podere lasciatogli da suo padre. Da lì, su esortazione di L. Valerio Flacco, si trasferì a Roma, e decise di stare nel Foro. Prestò servizio militare per la prima volta a diciassette anni d'età. Successivamente, fu tribuno dei soldati in Sicilia. Quindi, dopo che fu tornato in patria, (Catone - soggetto sottinteso) seguì l'esercito di C. Claudio Nerone, e il suo valore brillò grandemente nella battaglia presso Senigallia, in cui morì Asdrubale, il fratello di Annibale. Il console P. Africano lo ebbe come questore; ma da quello dissentì per tutta la vita. Fu edile della plebe insieme a C. Elvio. Dalla Sardegna, mentre si ritirava come questore dall'Africa, (Catone - soggetto sottinteso) portò a Roma il poeta Q. Ennio, procurandosi gloria eterna.
Iam et sinistro cornu Romanis ubi sociorum equites adversus Numidas steterant consertum proelium ...
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Ormai anche sul lato sinistro (dell'esercito Romano), dove i cavalieri degli alleati erano rimasti fermi contro i Numidi, dai Romani era stata ingaggiato, in un primo momento con lentezza, il combattimento, che era cominciato da un inganno Cartaginese. Quasi cinquecento Numidi, che avevano, oltre alle consuete armi e dardi, delle spade nascoste sotto le corazze, con le sembianze di disertori, poiché avevano cavalcato via dai loro (commilitoni) tenendo gli scudi dietro le spalle, smontarono (presente storico) dai cavalli all'improvviso, e, scagliati gli scudi e i giavellotti davanti ai piedi dei nemici, dopo essere stati accolti nel centro dello schieramento ed essere stati condotti presso i soldati delle ultime file, per ordine di Annibale si stanziarono (presente storico) lì dietro (lett. : "alle spalle"). E, finché da ogni lato non si fu ingaggiato il combattimento, rimasero tranquilli; dopo che la lotta aveva occupato gli animi e gli occhi di tutti, allora, afferrati gli scudi, che erano stati sparpagliati da tutte le parti tra gli ammassi di corpi degli uccisi, essi attaccarono (presente storico) lo schieramento Romano che era di spalle, e, colpendo le spalle e ferendo le ginocchia, fecero un enorme massacro e un alquanto maggiore spavento e disordine.
- Pugnatum est ab utrisque acriter. Nostri tamen quod neque ordines servare neque firmiter ...
- Omni Gallia pacata Morini Menapiique soli in armis restabant neque ad Caesarem ...
- Solus Diogenes philosophus vivebat et Athenis in summa paupertate vitam agebat ...
- Cum Miltiades Cimonis filius Atheniensis et antiquitate et gloria familiae ...