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O giudici, voi, però, vedete proprio lui, con i capelli sistemati e profumati, svolazzare qua e là per il Foro con una vasta schiera di togati: e vedete che egli guarda tutti con disprezzo e che giudica sé stesso il solo ricco, il solo potente. Non voglio ricordare i suoi misfatti, o giudici, poiché temo che qualcuno, un po' troppo inesperto, creda che io (così) abbia voluto attaccare la causa e la vittoria dell'aristocrazia. Ma, secondo il mio diritto, posso, se qualcosa in questo partito non mi piace, fare una critica; non temo infatti che i miei concittadini pensino che io non abbia avuto una disposizione favorevole alla causa dell'aristocrazia. O giudici, la verità è di gran lunga altrimenti. Se vi opporrete a codesti uomini, non solamente la causa dell'aristocrazia non sarà danneggiata, ma in verità sarà addirittura nobilitata.
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La vera amicizia, come afferma Cicerone, esiste soltanto tra gli uomini virtuosi. Infatti, il fondamento dell'amicizia è l'affetto. Molti non conoscono le grandi gioie e i conforti dell'amicizia e considerano superiori il denaro e la potenza. Ma noi dobbiamo disapprovare questo parere. Con i nostri amici fidati noi condividiamo liberamente i nostri progetti, le nostre gioie rendono lieti i nostri amici, così come le nostre preoccupazioni angosciano i nostri amici. Molti, tuttavia, fingono l'amicizia: ma nella poca ricchezza l'amico sincero si riconosce.
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Agamennone e Menelao, figli di Atreo, mentre conducevano i comandanti che avevano fatto giuramento ad espugnare Troia, giunsero all'isola di Itaca presso Ulisse, figlio di Laerte. A Ulisse era stato predetto questo: "Se andrai a Troia, dopo venti anni, perduti gli amici, bisognoso di tutto, tornerai a casa". Così, sapendo che sarebbero venuti da lui dei messi, fingendo la pazzia, aggiogò un cavallo e un bue ad un aratro. Quando Palamede lo vide, capì che fingeva e mise davanti all'aratro Telemaco, suo figlio, dopo che egli era stato portato via dalla culla, e disse: "Abbandonata la finzione, unisciti ai congiurati". Allora Ulisse promise che sarebbe partito. Da quel momento fu nemico di Palamede.
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Ma Cesare, dopo essersi trattenuto in questi luoghi per due giorni, dal momento che aveva previsto queste cose sulla base della reputazione di Vercingetorìge, si allontana dall'esercito allo scopo di radunare nuove reclute e cavalleria; mette a capo di queste truppe il giovane Bruto; lo esorta a far sì che i cavalieri si aggirino in tutte le direzioni, quanto più estesamente possibile, ed assicura che lui farà in modo di non stare lontano dall'accampamento per più di tre giorni. Una volta stabilite queste cose, mentre i suoi non se l'aspettavano, (- Cesare) arriva, a marce il più possibile forzate, a Vienne. Dopo che qui si fu imbattuto nella cavalleria fresca, che molti giorni prima aveva mandato avanti verso quel luogo, senza che la marcia venisse interrotta, né di giorno, né di notte, (- Cesare) si diresse (presente storico) attraverso i territori degli Edui, fino al territorio dei Lingoni, dove svernavano due legioni, in modo tale che, se gli Edui avessero escogitato qualche piano contro la sua incolumità, egli lo avrebbe prevenuto con la velocità. Una volta che fu giunto là, (- Cesare) mandò ordini (presente storico) alle rimanenti legioni, e le radunò (presente storico) tutte in un unico luogo, prima che agli Arverni potesse essere riferito del suo arrivo. Venuta a sapere questa cosa, Vercingetorìge ricondusse (presente storico) nuovamente l'esercito nel territorio dei Biturigi, e da lì partì per assediare Gorgobina, città dei Boi.
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Dopo che fu eletto pretore, poiché la congiura di Catilina era stata scoperta ed il Senato, unanime, sanciva l'estremo castigo nei confronti dei complici del reato, il solo Cesare propose che, una volta confiscati i loro beni, essi (- i catilinari) dovessero essere separati e tenuti in carcere in municipi diversi. Ed anzi, spiegando quanto sarebbe statagrande l'avversione della plebe nei loro confronti in avvenire, egli (- Cesare) suscitò un timore così grande in coloro che propugnavano soluzioni più severe, che Decimo Silano, il console designato, addolcì con un'interpretazione il proprio giudizio, poiché cambiarlo era disonorevole, come se esso fosse stato recepito da qualcuno in maniera più severa. Poiché molti, ormai, erano stati attirati dalla sua parte, Cesare aveva quasi salvato i congiurati, se il discorso di M. Catone non avesse rincuorato il Senato vacillante. E neppure così egli rinunciò ad ostacolare la cosa, finché un manipolo di cavalieri Romani, che stava armato a difesa lì attorno, lo minacciò di morte poiché perseverava in maniera troppo sfrenata. Allora, chiaramente intimidito, egli (- Cesare) non solo rinunciò, ma addirittura, nel corso del rimanente tempo dell'anno, si tenne lontano dalla curia.
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