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Zenone di Elea, illustre filosofo, ed accorto indagatore della Natura, stimolava sempre gli animi dei giovani ed offriva a tutti uno straordinario esempio di virtù. Un giorno, egli andò via dalla patria, dove vigeva una tranquilla libertà, e si recò ad Agrigento, una città oppressa da una compassionevole schiavitù: infatti egli desiderava mitigare, per mezzo del proprio pensiero e dei propri costumi, la spietatezza di Falaride, il tiranno della città. Ma, nel giro di breve tempo, perse la speranza: e così, infiammando con i propri discorsi i maggiorenti Agrigentini, li incita ad una congiura contro il tiranno. Quando, però, la rivelazione dei fatti arriva al tiranno, Falaride convoca il popolo in piazza e comincia a seviziare Zenone con un vario genere di tortura, desiderando conoscere i capi della rivolta. Zenone, però, non solamente nascose i nomi dei propri amici, ma per giunta rimproverò agli Agrigentini l'inerzia e la pavidità. Non molto dopo, gli Agrigentini scatenarono una rivolta ed abbatterono Falaride a colpi di pietre (lett. : "con le pietre").
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Dopo la vergognosa fuga del nostro esercito, i consoli Metello e Silano, si erano divisi fra loro le province, e la Numidia era toccata a Metello, un uomo energico e dalla reputazione immacolata. Egli, non appena ottenne la carica, si dedicò alla guerra che aveva intenzione di combattere. Pertanto, non fidandosi del vecchio esercito, arruolava soldati, faceva venire guarnigioni da ogni dove, preparava armi, dardi, cavalli e tutte le altre attrezzature militari. Anche gli alleati, le popolazioni latine e i re, mandaronospontaneamente truppe ausiliarie. Così, preparate e organizzate tutte le cose, (Metello - soggetto sottinteso) giunse in Numidia, con grande aspettativa dei cittadini, poiché Metello, di fronte alla ricchezza, mostrava un animo incorruttibile; infatti sappiamo che, prima di allora, in Numidia, per l'avidità dei magistrati, le nostre forze erano state indebolite, e, al contrario, le forze dei nemici erano state accresciute.
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Quando giunge quel giorno, i Carnuti, dei quali erano capi Cotuato e Conconnetodumno, uomini pronti a tutto, dopo che è stato dato il segnale, accorrono in massa a Cenabo, ed uccidono i cittadini Romani che si erano stabiliti lì per affari, e tra questi Gaio Fufio Cita, un rispettabile cavaliere Romano, inoltre saccheggiano i loro beni. La notizia giunge rapidamente a tutte le popolazioni della Gallia. Infatti la strage dei Romani viene comunicata attraverso le campagne e le regioni per mezzo del clamore; di seguito gli altri ascoltano questo, e lo trasmettono ai vicini. E così, quelle cose che erano state compiute a Cenabo all'alba, prima del secondo turno di guardia, vennero udite nel territorio degli Arverni. In tal modo, lì, Vercingetorige, figlio di Celtillo, Arverno, giovane di grande autorità, il cui padre aveva detenuto il comando di tutta la Gallia, convocò i propri affiliati, e li infiammò facilmente. Ma il suo piano non piacque ai rimanenti capi: tuttavia, egli non desiste e, nelle campagne, tiene un arruolamento degli indigenti e dei disperati. Viene acclamato re dai suoi. Rapidamente egli congiunge a sé alcune popolazioni e tutti i rimanenti che costeggiano l'Oceano: con il consenso di tutti, gli viene assegnato il comando.
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Fino a quando dunque, o Catilina, abuserai della nostra capacità di sopportazione? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si farà gioco di noi? Fino a quale estremo si spingerà la sfrenata temerarietà? Non ti hanno impressionato per nulla né il timore del popolo, né il concorso di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben difesa per tenere l'assemblea del Senato, né i visi e le espressioni del volto di questi? Chi di noi credi che ignori che cosa hai fatto la notte scorsa, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai preso? O tempi, o costumi! Sebbene il Senato comprenda queste cose, sebbene il console veda bene queste cose, eppure costui vive ancora, e anzi, viene perfino in Senato, si fa partecipe dell'assemblea pubblica e con gli occhi indica e destina alla morte ciascuno di noi. O Catilina, era opportuno che già da prima tu fossi mandato a morte per ordine del console, che su di te ricadesse la rovina, che tu ordisci ormai da tempo contro tutti noi.
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Esistono molti e mirabili esempi della virtù degli antichi Romani. Non soltanto ci furono innumerevoli uomini valorosi e validi, ma anche alcune matrone e fanciulle, tra le quali c'è Cornelia. Cornelia è la figlia di Cornelio Africano; i figli di Cornelia sono Tiberio Gracco e Caio Gracco. Si racconta frequentemente una storia a proposito di Cornelia: un giorno una matrona Campana visita Cornelia e, con grande superbia, mostra a Cornelia i suoi preziosi gioielli. Cornelia non possiede gioielli: ma, nel frattempo, arrivano da scuola i fanciulli Caio e Tiberio. Immediatamente, perciò, Cornelia esclama: Ecco i miei gioielli!
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