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Considerate ora quegli uomini sulla cui abilità noi indaghiamo: Isocrate ebbe la dolcezza, Lisia la sottigliezza, Iperide l'acume, Eschine la sonorità, Demostene il vigore. Chi, tra loro, non fu eccellente? L'Africano ebbe la magniloquenza, Lelio la delicatezza, Galba l'asprezza. Chi, tra costoro, non fu il primo, a quei tempi? Ma perché io dovrei andare in cerca di esempi vecchi, pur potendo parlare di esempi attuali e di uomini vivi? Cosa si è mai verificato di più piacevole per le nostre orecchie dell'orazione di questo Catulo? E che? Questo nostro Cesare non ha forse introdotto un nuovo tipo di linguaggio? Chi mai, all'infuori di costui, trattò le cose in maniera tale che né l'ironia fosse esclusa dalla serietà degli argomenti, né la serietà fosse sminuita dalle battute? Ecco presenti due quasi coetanei: Sulpicio e Cotta. Che cosa c'è di tanto differente tra di loro? Che cosa di tanto eccezionale nel loro genere? L'uno è accurato e logico, mentre spiega l'argomento con parole appropriate e adatte; Sulpicio invece è di un impeto straordinario del carattere, di una voce pienissima e intensissima, di grandissima tensione fisica (lett. : "del corpo") ed eleganza di movimento.
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La cavalleria di Annibale, sotto la guida di Maarbale, sconfisse facilmente la cavalleria dei Romani presso Canne. Mentre gli altri storiografi credono un'altra cosa, Polibio ha scritto che, sebbene entrambi gli eserciti fossero pari quanto al valore, tuttavia i Cartaginesi, da un lato superiori quanto al numero, dall'altro erano sfuggiti grazie alla rapidità. I consoli Romani infatti condussero seimila cavalieri, ma ai seimila soldati degli Iberici, che avevano valicato le Alpi insieme ad Annibale, si erano aggiunti nella marcia quattromila Galli. Dopo che i cavalieri Iberici e Galli avevano intrapreso il combattimento con i Romani, ingaggiata una battaglia ferocissima da ambedue gli schieramenti, i Romani, confidando poco nei propri cavalli, smontati a terra, iniziarono a lottare faccia a faccia, e, a causa del numero inferiore, i più vennero uccisi mentre combattevano strenuamente.
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La pioggia mista alla neve, e l'intensità insopportabile del freddo, uccise molti uomini, molti animali da soma e quasi tutti gli elefanti. I Cartaginesi inseguirono i Romani fino al fiume Trebbia, e ritornarono all'accampamento così irrigiditi dal freddo da provare a malapena la gioia della vittoria. E così, durante la notte successiva, i Romani, per mezzo di zattere, trasportarono oltre il Trebbia la guarnigione difensiva dell'accampamento e quel che rimaneva della gran parte dei soldati: o i Cartaginesi non si accorsero di nulla a causa del rumore della pioggia, oppure, poiché ormai non riuscivano a spostarsi a causa della stanchezza e delle ferite, fecero finta di non accorgersi. E così, mentre i Cartaginesi riposavano, l'esercito venne condotto dal console Scipione a Piacenza, con una colonna silenziosa, e di lì (venne condotto) a Cremona, affinché una sola colonia non fosse gravata dai quartieri invernali di due eserciti. Nel frattempo su Roma si riversò un terrore tanto grande a seguito di questa sconfitta che (sottinteso - gli abitanti) credevano che il nemico sarebbe ormai arrivato alla città di Roma pronto all'attacco.
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Poiché i pirati infestavano tutti i mari, per i Romani, vincitori in tutto il mondo, la sola navigazione non era sicura; e così a Cneo Pompeo venne assegnata una guerra contro i pirati, e, nel giro di pochissimi mesi, essa venne portata a termine sia con grande velocità, sia con grande successo. Subito dopo, a lui venne assegnato anche il comando della guerra contro il re Mitridate. Non appena intraprese la guerra, Pompeo sconfisse Mitridate in Armenia, in una battaglia notturna, (ne) saccheggiò l'accampamento, uccise un gran numero dei soldati di lui, ne perse pochi tra i suoi. Mitridate fuggì con la propria moglie e due compagni; poco dopo, tuttavia, egli (Mitridate - soggetto sottinteso), a causa della ribellione del proprio figlio Farnace, venne costretto alla morte. E così Mitridate, un uomo di grande operosità ed intelligenza, morì nelle vicinanze del Bosforo.
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In origine occuparono l'Africa i Getuli e i Libici, incivili e rozzi, i quali avevano come cibo la carne delle bestie feroci e il foraggio della terra, come gli animali da pascolo. Essi non erano governati né da costumi, né da una legge o dal potere di un qualche re: e come dimore, essi avevano quelle che la notte aveva imposto. Ma dopo che Ercole, come credono gli Africani, lascia la vita in Spagna, l'esercito di lui, messo insieme a partire da varie popolazioni, in breve tempo si disperde. Da quella moltitudine i Medi, i Persiani e gli Armeni vennero portati in Africa con le navi, e occuparono i luoghi più vicini al nostro mare. I Persiani per lo più rimasero al di qua dell'Oceano. Essi, poco alla volta, attraverso i matrimoni, mescolarono con sé i Getuli, e, poiché cercarono spesso altri luoghi, proprio loro chiamarono sé stessi "Numidi". Invece, ai Medi e agli Armeni, si aggiunsero i Libici, ed essi ebbero rapidamente delle città; infatti avevano stabilito di barattare prodotti tra di loro. Poco alla volta, i Libici alterarono il nome di quelli, chiamandoli, in lingua barbara, "Mauri" al posto di "Medi".
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