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Mentre erano consoli M. Emilio Lepido e Q. Catulo, dopo che Silla ebbe ristabilito la situazione politica, divamparono nuove guerre: una in Spagna, un'altra nella Panfilia e nella Cilicia, una terza in Macedonia, e una quarta in Dalmazia. Infatti Sertorio, poiché temeva la sorte di tutti gli altri alleati di Mario (infatti furono tutti uccisi), spinse alla guerra le Spagne. Contro Sertorio vennero inviati come comandanti Q. Cecilio Metello e il pretore L. Domizio. Domizio venne ucciso da Irtuleio, comandante di Sertorio. Metello combatté contro Sertorio con alterna fortuna. Poi, poiché Metello, da solo, veniva considerato non all'altezza della battaglia, venne inviato nelle Spagne Cn. Pompeo. I due comandanti, però, non furono in grado di sconfiggere Sertorio. Alla fine, nell'ottavo anno, egli venne ucciso per mano dei suoi, e fu posto fine alla guerra per opera del giovane Cn. Pompeo e di Q. Metello Pio, e all'incirca tutte le Spagne furono ridotte sotto l'egemonia del popolo Romano.
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Sotto il consolato di M. Minucio Rufo e di P. Cornelio, venne dichiarata guerra agli Istriani, poiché avevano depredato delle navi dei Romani che contenevano frumento, e furono tutti assoggettati. Nel medesimo anno, venne dichiarata ai Romani la seconda guerra Punica, per mano di Annibale, comandante dei Cartaginesi che, all'età di diciannove anni, iniziò ad assediare Sagunto, una città della Spagna alleata ai Romani. A costui i Romani fecero sapere, tramite degli ambasciatori, di astenersi dalla guerra. Egli rifiutò di ricevere gli ambasciatori. I Romani inviarono degli ambasciatori anche a Cartagine, affinché ad Annibale fosse ordinato di non fare guerra contro gli alleati del popolo Romano. Dai Cartaginesi furono date risposte aspre. Nel frattempo i Saguntini, ai quali sovrabbondava la forza d'animo, ma mancarono i mezzi, furono vinti dalla fame e, conquistati da Annibale, vennero puniti (- presente storico) nelle forme più estreme. Allora P. Cornelio Scipione venne inviato in Spagna con l'esercito, e Ti. Sempronio (venne inviato) in Sicilia. Alla fine fu dichiarata guerra ai Cartaginesi.
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Mucio (- soggetto sottinteso) dopo essere stato catturato e trascinato davanti al re, introduce la mano destra in un focolare acceso per un rito sacrificale. Sbalordito per la portentosa dimostrazione, il re elogia il giovane. A quel punto Mucio (al quale fu attribuito il soprannome di Scevola per via della perdita della mano destra), come per ricompensare il favore, descrive al re l'esercito Romano tanto forte che Porsenna, atterrito, accettati degli ostaggi, abbandona la guerra.
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Lucrezia, matrona Romana onesta e casta, si uccideva a causa della violenza di Sesto Tarquinio. Bruto visitava la defunta Lucrezia, moglie di Collatino, suo amico, e si doleva per l'afflizione. Estraeva il pugnale e lo teneva davanti a sé. Infuriato, giurava in questa maniera: Giuro, in nome di questa casta matrona, morta senza colpa a causa della violenza di Sesto Tarquinio: o dèi, siate testimoni! Caccerò L. Tarquinio il Superbo e ucciderò con la spada la sua famiglia. A Roma non ci sarà mai più alcun tiranno! Poi, consegnava il pugnale agli amici: gli amici si meravigliavano per le straordinarie parole di Bruto, e giuravano: O Bruto, obbediremo alle tue parole; porteremo il corpo di Lucrezia nel Foro; metteremo in moto il popolo per via della violenza del figlio di Tarquinio. Metteremo in fuga il tiranno, e Roma sarà libera!
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Lo Spartano Pausania era un uomo di ammirevole audacia e costanza, ma era anche pieno di difetti. È famoso il combattimento di Pausania presso Platea. Ed infatti, in occasione della Seconda Guerra contro i Persiani, Mardonio, satrapo regio, Medo, valente e previdente, si recava in Grecia insieme a innumerevoli truppe, ma Pausania, insieme agli alleati Greci, metteva in fuga i Persiani. Dopo la vittoria, in verità, Pausania incominciava ad insuperbire e desiderava ardentemente un eccessivo potere. Si racconta un esempio lampante della sua superbia: egli prendeva un tripode d'oro dal bottino, e lo poneva a Delfi con questa iscrizione: Pausania annientava i barbari presso Platea, e offriva il tripode al dio. Erano parole superbe, infatti Pausania procurava la vittoria non da solo, ma insieme agli alleati. Dopo poco tempo, gli Spartani cancellavano una frase tanto superba e iscrivevano soltanto i nomi degli alleati.
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