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Arione era un illustre poeta Greco. Arione trascorre la propria vita per lo più presso Periandro, il tiranno di Corinto. Un giorno, tuttavia, il poeta si recava in Sicilia e lì vinceva una gara di poeti e, per via della vittoria, riceveva molti doni. A quel punto, carico di doni, ritornava a Corinto con una barca: i marinai, però, bramosi della ricchezza di Arione, tendevano un agguato al poeta. Mentre egli dormiva, ad Arione si presentava nel sonno la figura di Apollo, il protettore dei poeti: Fa' attenzione ai marinai – avvertiva il dio – perché preparano la tua rovina!; ed inoltre dava dei consigli al poeta. Il giorno successivo, appena il timoniere si avvicina ad Arione con un pugnale, il poeta chiede ai suoi aggressori: Per favore, datemi la cetra, poiché desidero intonare un ultimo canto. I marinai concedono la cetra. All'improvviso, tuttavia, mentre canta, Arione salta nel mare. Un delfino viene attirato dalla piacevolezza della cetra: salva Arione e lo trasporta sul dorso fino in Grecia.
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Porsenna il re degli Etruschi, assedia Roma. Il Romano Muzio, un uomo dalla straordinaria tenacia e dal grande coraggio, si reca nell'accampamento di Porsenna, infatti desidera uccidere Porsenna. Nell'accampamento c'è una folla serrata: infatti viene data la paga alle truppe. Muzio si ferma nella folla, vicino al trono reale, dove Porsenna siede insieme ad uno scrivano. Muzio tira fuori la spada dal fodero; ma colpisce lo scrivano e lo uccide al posto di Porsenna. Infuriato, Muzio pone la mano destra in un focolare vicino: desidera punire il braccio per il grande errore. Il braccio di Muzio viene consumato dalla fiamma e così, da lì in avanti, Muzio viene chiamato "Scevola". Infatti "Scevola" ha lo stesso significato di "sinistro".
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Le donne di Lemno, per molti anni, non avevano fatto sacrifici in onore di Venere, e, a causa della collera di costei, i loro mariti presero come mogli le donne della Tracia e ripudiarono le donne di Lemno. Ma le donne di Lemno, per istigazione di Venere, uccisero l'intero genere degli uomini, con l'eccezione di Ipsipile, la quale mise di nascosto il proprio padre Toante su una nave, al fine di salvarlo. Nel frattempo gli Argonauti, che navigavano nei pressi, si avvicinarono a Lemno. Appena il custode della porta vide costoro, lo riferì alla regina Ipsipile, alla quale Polisso aveva dato il consiglio di legarli a sé con il vincolo dell'ospitalità (lett. : "tramite i Lari ospitali") e di accoglierli come ospiti. Da Giasone, Ipsipile procreò i figli Euneo e Deipilo; gli Argonauti furono trattenuti in quel luogo per molti giorni. Alla fine, rimproverati da Ercole, andarono via. Le donne di Lemno, però, quando seppero del padre di Ipsipile, che ella aveva salvato, si infuriarono a tal punto da volerla uccidere; perciò ella si diede alla fuga. I pirati, catturata costei, la portarono a Tebe, e la vendettero al re Lico come schiava (lett. : "in schiavitù").
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Dario, dopo che dall'Europa fu tornato in Asia, decise di ridurre sotto la propria egemonia la Grecia, allestì una flotta di cinquecento navi, e ad essa mise a capo Dati ed Artaferne. Dario era nemico nei confronti degli Ateniesi perché, con l'aiuto di Atene, gli Ioni avevano espugnato Sardi e avevano sterminato le guarnigioni dei Persiani. Appena ebbero fatto approdare la flotta in Eubea, i generali del re conquistarono rapidamente Eretria e mandarono i prigionieri in Asia al re. Di lì, (i generali del re - soggetto sottinteso) entrarono nell'Attica, e trasferirono le loro truppe sulla pianura di Maratona. Gli Ateniesi furono agitati da un attacco tanto vicino e tanto vasto, e perciò chiesero aiuto agli Spartani. Inoltre, in patria nominano dieci pretori, e tra essi Milziade. Tra i pretori ci fu una grande disputa: il solo Milziade desiderava uscire contro i nemici e scontrarsi in battaglia: i rimanenti desideravano difendere la rocca per mezzo delle mura.
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La storia di Ulisse viene narrata da Omero nell'Odissea. Dopo la guerra di Troia, Ulisse navigava alla volta di Itaca, la sua patria; un giorno giungeva insieme ai compagni nell'isola di Polifemo, il figlio del dio Nettuno. La creatura portentosa – infatti Polifemo aveva un solo occhio – viveva insieme alle capre in una grande caverna; durante il giorno le capre venivano portate al pascolo da Polifemo, durante la notte, invece, venivano ricondotte nella caverna: a quel punto l'accesso della caverna veniva coperto con un'enorme pietra. Mentre i Greci esploravano la caverna, all'improvviso sopraggiungeva Polifemo, e li imprigionava. Ogni giorno ne divorava alcuni, ma Ulisse non tollera a lungo lo spaventoso spettacolo. Perciò, con un tranello, egli fa ubriacare Polifemo con del vino, e, mentre la creatura prodigiosa è sopraffatta dal vino e dal sonno, brucia l'occhio di Polifemo con un tronco infuocato. Polifemo geme fortemente e grida, e alla fine sposta la pietra della caverna: così Ulisse va via dalla caverna insieme agli amici.
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