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- Scritto da Anna Maria Di Leo
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Anche l'Ateniese Cabria fu considerato tra i più grandi condottieri e compì molte imprese degne di memoria. Tra queste, però, risplende in particolare la sua trovata nella battaglia che combatté presso Tebe, dopo che si fu recato in soccorso dei Beoti. Infatti, in occasione di essa, vedendo il supremo comandante Agesilao che confidava nella vittoria, poiché le squadre mercenarie erano già state da lui messe in fuga, ebbene egli (- Cabria) impedì al resto della falange di arretrare dalla posizione, e, con lo scudo puntato contro il ginocchio, insegnò ad attendere l'assalto dei nemici con l'asta protesa in avanti. Agesilao, osservando questo fatto inusitato, non osò avanzare e richiamò indietro con la tromba i suoi (soldati) che già si slanciavano (all'attacco). Questa trovata fu a tal punto celebrata dalla diceria per tutta la Grecia, che Cabria volle che gli fosse fatta una statua in quella posizione, la quale in suo onore fu collocata dagli Ateniesi nell'agorà, a spese pubbliche. E da questo avvenimento sorse l'usanza che gli atleti, e tutti gli altri artisti, assumessero queste posture, dopo che avevano ottenuto la vittoria.
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Anche l'Ateniese Cabria fu considerato tra i più grandi condottieri e compì molte imprese degne di memoria. Tra queste, però, risplende in particolare la sua trovata nella battaglia che combatté presso Tebe, dopo che si fu recato in soccorso dei Beoti. Infatti, in occasione di essa, vedendo il supremo comandante Agesilao che confidava nella vittoria, poiché le squadre mercenarie erano già state da lui messe in fuga, ebbene egli (- Cabria) impedì al resto della falange di arretrare dalla posizione, e, con lo scudo puntato contro il ginocchio, insegnò ad attendere l'assalto dei nemici con l'asta protesa in avanti. Agesilao, osservando questo fatto inusitato, non osò avanzare e richiamò indietro con la tromba i suoi (soldati) che già si slanciavano (all'attacco). Questa trovata fu a tal punto celebrata dalla diceria per tutta la Grecia, che Cabria volle che gli fosse fatta una statua in quella posizione, la quale in suo onore fu collocata dagli Ateniesi nell'agorà, a spese pubbliche. E da questo avvenimento sorse l'usanza che gli atleti, e tutti gli altri artisti, assumessero queste posture, dopo che avevano ottenuto la vittoria.
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Cesare ingaggiò la battaglia dal fianco destro, perché considerava quella parte dei nemici la meno salda. I nostri, una volta che il segnale fu stato dato, fecero accanitamente l'assalto contro i nemici. A loro volta i nemici attaccarono improvvisamente e rapidamente: e così, abbandonati i giavellotti, si combatté corpo a corpo per mezzo delle spade. Ma i Germani, formata rapidamente la falange secondo la loro abitudine, sostennero l'assalto delle spade. Si trovarono molti nostri soldati che si arrampicavano sopra la falange, e che strappavano gli scudi con le mani, e che colpivano i nemici dall'alto. Dopo che lo schieramento dei nemici, colpito dal fianco sinistro, fu stato messo in fuga, dal fianco destro gli Svevi incalzavano accanitamente il nostro schieramento per mezzo della grande massa dei loro soldati. Non appena percepì ciò, il giovane Publio Crasso, il generale dei cavalieri, inviò la terza fila ai nostri che erano in difficoltà. E così la battaglia venne riequilibrata, e tutti i nemici volsero le spalle e non cessarono di fuggire prima di essere giunti al fiume Reno.
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Il Corinzio Timoleonte fu senza dubbio un grand'uomo. Infatti liberò la patria oppressa da un tiranno e poi, con il suo arrivo, restituì all'antica condizione la Sicilia, tormentata per molti anni dalla guerra. Ma in queste vicende fu travagliato da una sorte non facile. Infatti, in patria, suo fratello Timofane, scelto come comandante dai Corinzi, si era impadronito del potere assoluto tramite dei soldati mercenari. Timofane chiese aiuto al proprio fratello, ma Timoleonte ricusò la complicità del crimine. Infatti Timoleonte antepose la libertà dei cittadini alla salvezza del proprio fratello. Tuttavia, quando Timofane venne ucciso per ordine di Timoleonte, egli non volle neppure guardare il sangue del fratello. Questa sua straordinaria azione non fu approvata da tutti alla stessa maniera. Alcuni, infatti, spinti dall'ostilità, dicevano che da lui era stata violata la dedizione alla famiglia. La madre, per la verità, dopo quell'episodio, non accolse (più) il figlio in casa presso di sé, né lo guardò, definendolo fratricida e disumano. Quello, spinto dall'odio materno e dall'ostilità degli uomini irriconoscenti, desiderò spesso mettere fine alla vita, ma alla fine la forza d'animo superò il dolore.
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Cabria inoltre diresse molte guerre in Europa, mentre era comandante degli Ateniesi; in Egitto, combatté di sua iniziativa. Infatti, dopo essere partito in aiuto di Nectanebo, consolidò a lui il potere regio. A Cipro fece la medesima cosa, ma dato come soccorritore in via ufficiale dagli Ateniesi ad Evagora, e non se ne andò da lì prima di aver sottomesso l'intera isola con la guerra; e, a seguito di questa cosa, gli Ateniesi conseguirono grande gloria. Nel frattempo scoppiò una guerra fra gli Egiziani ed i Persiani. Gli Ateniesi erano alleati con Artaserse, gli Spartani con gli Egiziani; e da costoro Agesilao, il re di quelli, traeva grandi guadagni. Cabria, osservando ciò, e dal momento che non rinunciava a nulla a favore di Agesilao, partito di sua spontanea volontà in aiuto di quelli, si mise a capo della flotta Egiziana, (mentre) Agesilao (era a capo) delle truppe di terra. Allora i satrapi del re Persiano inviarono ambasciatori ad Atene a lamentarsi per il fatto che Cabria combattesse la guerra contro il re, insieme agli Egiziani. E così gli Ateniesi inviarono ambasciatori per richiamare Cabria. A causa di questo messaggio, egli ritornò ad Atene.
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