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La Nereide Teti, madre di Achille, era agitata perché l'oracolo aveva detto così a proposito del figlio: "Se Achille andrà a conquistare Troia, è destinato a morire". E così inviò il figlio giovinetto sull'isola di Sciro al re Licomede, ed egli custodiva costui (- Achille) in abito femminile tra le (sue) figlie ancora fanciulle, una volta cambiatogli nome. Gli Achei però, dopo che furono venuti a sapere che quello era nascosto in quel luogo, inviarono al re Licomede dei messaggeri (Ulisse fu tra essi) affinché chiedessero che (- Licomede) lo mandasse presso i Danai. Poiché il re affermava che Achille non si trovava presso di lui, Ulisse, dal momento che non era in grado di distinguere quale egli fosse tra quelle, pose nell'atrio della reggia dei regali da donna, fra i quali anche uno scudo ed una lancia, ed immediatamente ordinò che si facesse un fracasso di armi insieme a schiamazzi. Achille, credendo che lì ci fosse un nemico, stracciò la veste femminile e afferrò lo scudo e la lancia. Per via di questo fatto egli venne riconosciuto, e promise agli Argivi i propri contributi, ed i soldati Mirmìdoni.
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Annibale, lasciato in Spagna il fratello Asdrubale, valicò i Pirenei. Rese per sé praticabilile Alpi, fino a quel momento, quanto a quel tratto, impraticabili. Nel frattempo molti Liguri e Galli, che avevano in odio l'egemonia Romana e che speravano che l'arrivo dei Cartaginesi avrebbe giovato alla loro libertà, si unirono ad Annibale. Sempronio Gracco, saputo l'arrivo di Annibale in Italia, dalla Sicilia trasferì l'esercito a Rimini. P. Cornelio Scipione avanzò per primo contro Annibale. Ingaggiata la battaglia, dopo che i suoi furono stati messi in fuga, egli ritornò ferito all'accampamento. Sempronio Gracco, da parte sua, si scontrò (- presente storico) presso il fiume Trebbia. Anche lui venne sconfitto (- presente storico), ma sopravvisse. Molti, in Italia, si consegnarono ad Annibale. Mentre, da lì, Annibale si dirigeva verso l'Etruria, si imbatté nel console Flaminio. Uccise Flaminio in persona; un'enorme parte dei Romani venne uccisa, tutti gli altri si dispersero.
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I consoli Emilio Paolo e Fulvio Nobiliore salparono alla volta dell'Africa con una grande flotta di navi. In un primo momento sconfissero (- presente storico) gli Africani in uno scontro navale. Il console Emilio affondò centoquattro navi dei nemici, ne conquistò trenta con i combattenti, catturò oppure uccise un gran numero di nemici, arricchì il proprio esercito con un cospicuo bottino. Ma la penuria di cibo era grande, e i soldati, soffrendo per la fame, non erano in grado di combattere ulteriormente. I consoli, mentre ritornavano con la flotta vincitrice, fecero naufragio nei pressi della Sicilia: in nessun tempo si sentì mai una tempesta marittima tanto grande. Tuttavia i Romani accomodarono immediatamente le navi, ed il loro animo non fu abbattuto. I consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso salparono di nuovo alla volta dell'Africa con nuove navi. Conquistarono alcune città. Mentre riportavano un ricco bottino, fecero naufragio. E così, poiché le sciagure continue non piacevano ai Romani, i senatori decretarono la fine dei combattimenti in mare.
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Gli ambasciatori Romani, così come era stato ordinato loro a Roma, da Cartagine passarono in Spagna per fare visita alle popolazioni, al fine di attirarle nell'alleanza oppure allontanare dai Cartaginesi. In primo luogo si recarono presso i Bargusi, e, dopo essere stati accolti cordialmente da costoro – poiché essi sopportavano malvolentieri il dominio Cartaginese – incoraggiarono molti popoli al di là dell'Ebro al desiderio (ad cupidinem) di una nuova sorte. Da lì, ci si recò presso i Volciani, la celebre risposta dei quali allontanò tutti gli altri popoli dall'alleanza Romana. Infatti, il più anziano tra loro, durante l'assemblea, replicò in questa maniera: O Romani, non chiedeteci di mettere la vostra alleanza davanti a quella dei Cartaginesi, poiché voi, da alleati, tradiste i Saguntini che lo fecero, più crudelmente di quanto non li rovinò il nemico Cartaginese. Quindi, all'istante, ordinarono loro di andarsene dal territorio dei Volciani, e in seguito essi non ricevettero parole più favorevoli da alcun consesso della Spagna. Perciò, attraversata inutilmente la Spagna, passano in Gallia.
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"Se i celesti mi donassero un milione di sesterzi, " dicevi, o Scevola, quando non eri ancora un cavaliere, "in che maniera vivrei, quanto riccamente e quanto felicemente!". Gli dèi risero di buon grado, e lo concessero. Dopo questo fatto, la toga di lui è più sporca, il mantello in una condizione ancora peggiore, il calzare è stato rappezzato tre e quattro volte con il cuoio; un'unica portata copre due pasti, e si beve il denso fondo del vino di Veio. Andiamo in giudizio, o bugiardo e spergiuro: o vivi da signore, o Scevola, oppure restituisci il milione agli dèi!
- Chabrias Atheniensis quoque in summis habitus est ducibus resque multas memoria dignas ...
- Chabrias Atheniensis quoque in summis habitus est ducibus resque multas memoria dignas ...
- Caesar a dextero cornu proelium commisit quod eam partem hostium minime ...
- Timoleon Corinthius sine dubio magnus vir fuit. Nam patriam oppressam ...