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Nei tempi antichi, a Roma, c'erano molti contrasti tra i patrizi e la plebe; la disputa era grande, e un giorno la plebe si apparta dai patrizi, sul Monte Sacro: infatti non sopportava né l'arroganza dei patrizi, né le tasse. A quel punto i patrizi inviano alla plebe Menenio Agrippa, un uomo abile nel parlare. Appena giunge sul Monte Sacro, Menenio racconta alla plebe una favola. Un giorno le membra umane litigavano con il ventre (infatti giudicavano il ventre nullafacente), e si accordavano contro di lui: le braccia non consegnavano il cibo alla bocca, e la bocca non lo accoglieva, né i denti lo sminuzzavano. Tuttavia, mentre cercano di punire il ventre, indeboliscono il corpo intero: alla fine, poiché comprendono il loro errore, le membra fanno la pace con il ventre. I patrizi e la plebe sono come un unico corpo: vengono indeboliti dalla discordia, stanno bene grazie alla concordia. E così Menenio modifica i pareri degli uomini: la plebe ritorna a Roma, e tra le classi viene ripristinata la concordia.
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Io, in qualità di questore, ho scoperto il sepolcro di Archimede, ignoto ai Siracusani, da ogni parte protetto e rivestito da cespugli e rovi. Ricordavo, infatti, certi versi, i quali affermavano che sulla sommità del sepolcro era stata posta una sfera con un cilindro. Ebbene io, mentre esaminavo con lo sguardo ogni sepolcro (infatti, presso le porte di Agrigento, c'è una gran quantità di sepolcri) notai una colonnina non molto sporgente dai cespugli, sulla quale si trovava la figura di una sfera e di un cilindro. Ed io, subito, dissi ai Siracusani (difatti i cittadini più importanti erano insieme a me) che pensavo che quello fosse ciò che cercavo. In molti, mandati con le falci, ripulirono ed aprirono il luogo; e, dopo che l'accesso di esso fu aperto, apparve il nome di Archimede. Così, l'illustrissima città della Grecia, un tempo per la verità anche dottissima, se non l'avesse appreso da un uomo di Arpino, avrebbe ignorato il sepolcro del suo più ingegnoso cittadino.
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In quel giorno si combatté accanitamente in tutti i luoghi, e ai nemici si rinnovava sempre la speranza di vittoria. Ma alla fine, poiché i Galli avevano tentato ogni cosa, e nessuna cosa aveva avuto successo, il giorno successivo, su esortazione e per ordine di Vercingetorige, presero la decisione di scappare dalla città. Decisero di compiere la cosa col silenzio della notte, poiché l'accampamento di Vercingetorige non era stato collocato lontano dalla città, e poiché in mezzo c'era una palude ininterrotta. Ormai si preparavano a fuggire durante la notte, quando le madri di famiglia, all'improvviso, comparirono in pubblico e, piangendo, si gettarono ai piedi dei loro (uomini), e, per mezzo di suppliche, pregavano in questa maniera: Non consegnate noi e i figli comuni ai nemici per l'esecuzione! Infatti la debolezza di costituzione e di forze impediva la fuga dei fanciulli e delle donne. Dal momento che gli uomini persistevano nella convinzione, perché in un frangente di estremo pericolo il timore per lo più non accoglie la misericordia, le donne cominciarono a schiamazzare e a far capire ai Romani della fuga. Terrorizzati dal timore– infatti temevano moltissimo un attacco dei cavalieri Romani – desistettero dal proposito.
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Dopo che Giugurta, il re dei Numidi, ebbe ucciso Aderbale e Iempsale, i propri fratelli, alleati del popolo Romano, venne dichiarata la guerra contro di lui. In un primo momento, contro Giugurta fu inviato il console Calpurnio Bestia, il quale venne corrotto dal denaro del re, e stipulò una pace disdicevole; poi, Spurio Postumio Albino combatté contro i Numidi in maniera indecorosa. Successivamente fu inviato il console Quinto Cecilio Metello, il quale ricondusse le truppe alla disciplina Romana, sconfisse Giugurta in diverse battaglie e accettò la resa di numerose città dei Numidi. Alla fine Caio Mario vinse nello stesso tempo sia Giugurta, sia Bocco, re della Mauritania ed alleato di Giugurta: anche Mario conquistò molte città della Numidia e, quando Giugurta fu catturato dal questore Cornelio Silla, uomo di grande coraggio, pose fine alla guerra.
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Una donna aveva perso l'amato marito da molti anni, e ne aveva riposto il corpo in un sarcofago. La vedova non si allontanava mai dalla tomba: piangendo, trascorreva la propria vita vicino ai resti del marito. In questa maniera ella ottenne, presso gli abitanti di Efeso, città della Ionia, dove viveva, una celebre reputazione di moglie casta. Un giorno, poiché dei predoni avevano spogliato un santuario di Giove, dei soldati li catturarono e li appesero sulla croce. Dopo la morte dei predoni, i soldati venivano posti, come guardie dei cadaveri, nelle vicinanze della tomba dell'uomo. Di tanto in tanto, avendo sete, una guardia, nel cuore della notte, chiese dell'acqua alla giovane ancella che sedeva vicino alla propria padrona. Il soldato vide la padrona e un grande desiderio di lei (ne) accese l'animo. A causa dell'amore improvviso, il soldato trascurava il proprio dovere. Presto anche la vedova rispose all'amore del soldato: e così il desiderio avvinse il soldato e la vedova. Il soldato trascorreva (- presente storico) le notti insieme alla donna, mentre, nel frattempo, da una croce veniva rubato il corpo di un predone. L'inattesa sparizione aveva agitato il soldato, ma la vedova disse: Perché temi? Se avrai appeso alla croce il corpo di mio marito, non sconterai la pena della tua negligenza. Così, la devozione della vedova si trasforma in disonore.