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Marco Porcio Catone, Tuscolano, dopo essere stato inviato in Sicilia come tribuno dei soldati, fu un determinato questore sotto Scipione, e poi pretore: durante la pretura assoggettò la Sardegna, dove Ennio, un dotto poeta, lo istruì nella letteratura Greca. Dopo essere stato eletto console, venne inviato contro i Celtiberi, e li soggiogò. Nella guerra di Siria fu tribuno dei soldati sotto M. Acilio Glabrione, e lì, dopo aver occupato i gioghi delle Termopili, allontanò una guarnigione dei nemici. Dopo essere stato nominato censore, rimosse dal Senato l'ex console L. Flaminio, poiché in Gallia aveva ordinato l'assassinio di un soldato. Per primo realizzò una basilica a proprio nome. Da assiduo inquisitore dei malvagi, accusò l'ottantenne Galba, volle fortemente distruggere Cartagine. Generò un figlio dopo gli ottanta anni, e dai cittadini Romani vennero ricordate le imprese e le dichiarazioni di Catone.
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In molti memoriali delle imprese di Alessandro, e nel libro di M. Varrone che fu intitolato "Oreste o Sulla follia", leggiamo di un'arguta risposta di Olimpiade, la moglie di Filippo, al figlio Alessandro. Infatti, quando quello aveva scritto alla madre in questa maniera – Il re Alessandro, figlio di Giove Ammone, saluta la madre Olimpiade – Olimpiade, a questa frase, gli rispose: Ti sarò grata, o figlio mio, se non mi denuncerai a Giunone; quella mi infliggerà di certo un grande castigo se tu, con una tua lettera, mi indicherai come la concubina di lui. La donna, arguta ed accorta, con quella piacevolezza avvertì il fiero figlio in merito alla futile idea che egli aveva creduto a seguito delle grandi vittorie, delle lusinghe degli adulatori e delle vicende favorevoli oltre il credibile.
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Cecilia Metella, mentre chiedeva i voti nuziali per la figlia della sorella, una giovane non sposata di età adulta, rimaneva, al fine di prendere l'auspicio, per qualche tempo a sedere in un santuario, ma non era stata udita alcuna voce corrispondente al proposito; la fanciulla era rimasta in piedi a lungo, quando, alla fine, stanca per la lunga attesa, chiese alla zia materna di allontanarsi per stare seduta per un po', ed ella disse: Ma io ti cedo volentieri il mio posto! Queste parole furono un chiaro presagio, poiché non molto tempo dopo Cecilia morì, e suo marito sposò la fanciulla di cui si parla.
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A Claudio succedette Nerone, molto similea Caligola, suo zio materno, che disonorò e indebolì l'Impero Romano. Uccise una parte incalcolabile del Senato, fu nemico di tutti gli onesti. Da ultimo si comportò in maniera a tal punto scandalosa, da danzare e cantare sulla scena con il costume da citaredo o da attore tragico. Commise molti omicidi di parenti, in quanto uccise il fratello, la moglie, la sorella, la madre. Incendiò la città di Roma per guardare lo spettacolo di Troia data alle fiamme. Destinato a non fare nulla mai in ambito militare, quasi perse la Britannia. Lì, infatti, sotto di lui, due importantissime città furono conquistate e abbattute. I Parti portarono via l'Armenia e mandarono le legioni Romane sotto il giogo. Odioso al mondo Romano a causa di queste cose, egli fu, contemporaneamente, abbandonato da tutti e giudicato un nemico dai senatori; mentre era ricercato ai fini della condanna, fuggì dal palazzo Imperiale, intenzionato ad uccidersi. A Roma egli realizzò le terme che, chiamate dapprima Neroniane, adesso si chiamano Alessandriane.
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"Che colui che abbia accusato qualcuno di delitto capitale, e non abbia ottenuto la condanna, sia egli stesso punito con la pena capitale". Questa è la legge in cui è contenuto il giudizio, questa è (la legge) attraverso cui io accuso costui, questa è la legge che è sul punto di uccidere qualsivoglia di questi due. Dunque, io accuso in base a questa sola legge. Nessuno avrà messo in dubbio che questa legge sia giustissima. Di fatto, quale riteniamo che sia stata la causa della redazione questa legge? Quando, infatti, avremo esaminato a fondo questa legge, sarà evidente che la disposizione preventiva si trovi abbastanza anche in codesta direzione. "Se qualcuno ha accusato qualcuno di delitto capitale, e non ha ottenuto la condanna, che sia egli stesso punito con la pena capitale". A questo, suppongo, mirarono quegli illustrissimi redattori di questa legge, (e cioè al fatto) che nessuno arrecasse un pericolo ad un altro impunemente. Loro reputarono una sorta di omicidio il chiedere la vita di un uomo che non fosse opportuno che venisse ucciso. Tu hai fatto questo: hai accusato un innocente; se tu fossi stato creduto, colui che hai accusato sarebbe morto. I giudici, al medesimo tempo, hanno sentenziato su di te. La santità ed il rigore del processo non può assolutamente venire raggirata al punto che una qualsivoglia delle due parti non subisca una pena. Una volta prosciolto colui che è stato sul punto di perire, automaticamente è seguito anche ciò, che la pena debba essere scontata da te.
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