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Le truppe dei Romani combattono nell'Asia, vincono spesso e riportano in Italia un cospicuo bottino. Catturano innumerevoli nemici e li trascinano a Roma: così i Romani hanno innumerevoli schiavi. Tra questi c'è Publilio: Publilio è un cittadino di Antiochia (lett. : "è Antiocheno"), per questo, dai Romani, viene chiamato "Siro". Publilio è un poeta, scrive motti arguti e divertenti spettacoli per mimo. Il padrone elogia la saggezza e il talento dello schiavo e desidera onorarlo: e così lo libera. Publilio, dapprima schiavo, è ora un liberto.
Versioni che iniziano con questo titolo
Un prigioniero di talento Grammatica Picta 1 pagina 79 numero 17
Quingentesimo et quadragesimo anno a condita Urbe L. Aemilius Paulus P. Terentius Varro contra Hanni
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Nell'anno cinquecentoquarantesimo dalla fondazione di Roma, contro Annibale furono inviati (presente storico) L. Emilio Paolo e P. Terenzio Varrone, e subentrarono (presente storico) a Fabio, il quale, andando via, invitò entrambi i consoli a sconfiggere Annibale, comandante astuto ed impaziente, non altrimenti che rimandando lo scontro. Poiché, invece, a causa dell'impazienza del console Varrone, e sebbene l'altro dei due consoli (vale a dire Emilio Paolo) fosse contrario, si combatté in Puglia, presso il villaggio che viene chiamato Canne, ambedue i consoli vennero sconfitti (presente storico) da Annibale. In quella battaglia morirono (presente storico) tremila Africani e, tra l'esercito di Annibale, una parte cospicua venne ferita (presente storico). In quell'occasione morì il console Emilio Paolo, furono catturati o uccisi venti ex consoli e pretori, trenta senatori, trecento aristocratici, quarantamila soldati, tremilacinquecento cavalieri. Pur in tali sventure, tuttavia, nessuno tra i Romani fece menzione della pace. Vennero liberati e fatti soldati gli schiavi, cosa che prima non era mai accaduta.
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L'integrità del Tebano Epaminonda venne messa alla prova da Diomedonte di Cizico: infatti, il re Artaserse desiderava corrompere Epaminonda a danno della patria. E così Diomedonte, giungendo a Tebe con un grande carico d'oro, per mezzo del denaro reclutò per il proprio proposito Micito, un giovinetto straordinario quanto a bellezza, che all'epoca Epaminonda amava. Micito incontrò Epaminonda, e mostrò il dono di Diomedonte. Ma Epaminonda (disse): Se il re chiede cose vantaggiose per i Tebani, sono pronto a farle senza una ricompensa, se invece (chiede cose) dannose per i Tebani, non basta tutto l'oro che si trova nell'Erario del re. Infatti, a fronte dell'affetto per la patria, io disdegno la ricchezza del mondo. Più tardi, restituendo l'oro a Diomedonte, (lo) pregò: Ti darò, ai fini della (tua) sicurezza, delle guardie del corpo come difesa, e ti dirigerai sicuro ad Atene con la tua ricchezza.
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Dopo che Alessandro fu stato riportato nella tenda, i medici tagliarono (- presente storico) il fusto (lett. : "la parte di legno") della freccia conficcata nel corpo, affinché la punta non si muovesse. Poi, una volta denudato il corpo, si accorsero (- presente storico) che nel dardo c'erano degli uncini, e che esso non poteva essere estratto in altro modo se non mentre la ferita veniva allargata. D'altra parte, i medici temevano di provocare, tagliando, un'emorragia di sangue, dal momento che il grosso dardo era penetrato nelle parti interne. Il medico Critobulo, terrorizzato in un pericolo così grande, temeva che l'esito negativo dell'intervento ricadesse sulla sua testa. Il re l'aveva visto che piangeva ed era impaurito, e disse: Perché non mi liberi il prima possibile da questa sofferenza? Forse temi di essere accusato perché io ho subìto una ferita inguaribile? A quel punto, alla fine, Critobulo si diede da fare. Dopo che la ferita fu stata allargata estesamente, e che la punta fu stata estratta, usciva una cospicua quantità di sangue, e il re perse (- presente storico) i sensi. Immediatamente si udì (- presente storico) lo schiamazzo e i pianti degli amici, che credevano che il re fosse morto (lett: "avesse spirato"). Alla fine il sangue si fermò, e, poco alla volta, il re riprese conoscenza e riconobbe coloro che si trovavano lì attorno.
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In seguito, il dittatore Quinto Fabio Massimo, dopo essere stato inviato contro Annibale, non voleva scontrarsi con lui sul campo di battaglia, affinché i suoi soldati non combattessero in scontri sfavorevoli contro un nemico agguerrito, ed ostacolava gli sforzi di Annibale unicamente per mezzo dell'attesa. M. Minucio, il comandante dei cavalieri, aggressivo e temerario, chiedendo insistentemente quando, finalmente, il dittatore avrebbe combattuto contro il nemico, additava Fabio come un indolente e un pavido. Perciò Minucio fece in modo che, su ordine del popolo, la carica gli venisse eguagliata col dittatore; e, dopo che l'esercito fu stato ridiviso, e dopo che egli si fu scontrato in luogo sfavorevole, quando le sue legioni si trovarono in grave pericolo, egli fu liberato dal pericolo da Fabio Massimo, che sopraggiunse con l'esercito. Vinto con questo beneficio, (- Minucio, soggetto sottinteso) unì con lui (- con Fabio Massimo) il proprio accampamento, lo salutò con il titolo di padre, e ordinò ai soldati di fare lo stesso. Annibale, saccheggiata la Campania, dopo essere stato intrappolato da Fabio fra la città di Casilino e il monte Callicula, legate delle fascine alle corna dei buoi e datele alle fiamme, mise in fuga la guarnigione Romana che presidiava il Callicula, e, in questa maniera, superò il valico. Egli medesimo, mentre diede alle fiamme i terreni circostanti, risparmiò i possedimenti del dittatore Quinto Fabio Massimo. Non domandi per quale motivo egli abbia fatto ciò? Per rendere quello sospetto come traditore.
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