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Il comandante dei Cartaginesi Amilcare, mentre assediava Siracusa, durante il sonno sentì una voce misteriosa: Domani cenerai a Siracusa. Dunque, non dubitando in merito all'esito della guerra, anzi, sperando una vittoria sicura, preparò l'esercito per la battaglia. Ma, all'improvviso, sorge un grande contrasto tra i Cartaginesi e i Siciliani che si trovavano nell'esercito di Amilcare: a quel punto i Siracusani, appena percepiscono la discordia degli alleati, irrompono nell'accampamento dei Cartaginesi, catturano Amilcare, e lo trascinano nella loro città. Perciò Amilcare fu ingannato da un sogno: infatti cenò a Siracusa da prigioniero, e non da vincitore come aveva supposto con la mente.
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Durante la guerra di Troia, Achille, durante un'assemblea, si era scontrato con Agamennone, si era ritirato dalla guerra ed era rimasto nell'ozio insieme ai Mirmidoni piuttosto lontano, presso il campo navale: infatti egli era tanto in collera quanto Agamennone. Ma quando i portavoce lo informarono della morte dell'amico Patroclo, che aveva perso la vita combattendo sotto le mura di Troia, il dolore fu più forte della collera. Dopo essere uscito dalla tenda, prese furioso le armi, al fine di uccidere Ettore, il comandante dei Troiani. Tuttavia Ettore in quel momento decisivo fu non meno valoroso di Achille; del resto veniva considerato più vigoroso di tutti gli altri figli del re Priamo. Ma Achille, folle a causa della collera, fu più fortunato di Ettore, poiché con una lancia estremamente aguzza, lo trafisse sotto la gola e lo uccise.
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I nostri, completamente inesperti di questo genere di combattimento, non si avvalevano della medesima sveltezza e del coraggio di cui erano soliti avvalersi nelle battaglie di fanteria. Non appena Cesare si rese contò di ciò, comandò che le navi da guerra, delle quali da un lato l'aspetto era piuttosto inusuale per i barbari, e dall'altro il movimento era più agile, venissero allontanate un po' dalle navi da carico, e che fossero collocate in direzione del fianco scoperto dei nemici e che, da quel lato, i nemici fossero respinti e scacciati per mezzo di fionde, giavellotti e macchine da lancio; e questa iniziativa fu di grande utilità per i nostri. E inoltre, poiché i nostri soldati esitavano, soprattutto a causa della profondità del mare, colui che portava l'aquila della decima legione, dopo aver supplicato gli dèi perché quell'impresa riuscisse con successo per la legione, disse: "Saltate giù, o soldati, se non volete consegnare l'aquila ai nemici! Io di sicuro avrò fornito il mio contributo allo Stato ed al generale!". Dopo che ebbe detto ciò ad alta voce, si gettò dalla nave e cominciò a portare l'aquila in direzione dei nemici. Allora i nostri, esortatisi a vicenda perché non si subisse un così grande disonore, si lanciarono tutti quanti giù dalla nave.
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Successivamente Fabio Massimo sconfisse i Sanniti e conquistò numerosissime loro città. Poi i consoli P. Cornelio Rufino e M. Curio Dentato, inviati contro i Sanniti, li piegarono con imponenti battaglie. Essi misero allora fine alla guerra portata avanti per molti anni con i Sanniti. È certo che in Italia non c'era stato alcun nemico tanto valoroso, da estenuare maggiormente il valore Romano.
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Durante la piccola parte d'estate rimanente, Cesare, anche se in questi luoghi, poiché tutta la Gallia è rivolta a settentrione, gli inverni sono precoci, si diresse tuttavia in Britannia, poiché capiva che, in quasi tutte le guerre Galliche, da lì erano state inviate truppe ausiliarie ai nostri nemici, e riteneva che gli sarebbe stato di grande utilità recarsi sull'isola, osservare il genere di uomini, conoscere i luoghi, i porti, gli accessi; cose che erano quasi tutte sconosciute ai Galli. Infatti nessuno, all'infuori dei mercanti, si era recato in Britannia, e agli stessi mercanti erano note poche cose oltre alla costa marittima e alle regioni più vicine alla Gallia. Così, pur avendo chiamato a sé mercanti da ogni dove, non aveva potuto appurare né quanto grande fosse l'estensione dell'isola, né quali o quanto grandi popolazioni (la) abitassero, né quale consuetudine di guerra avessero, o quali istituzioni avessero, né quali fossero i porti adeguati ad una quantità di navi piuttosto grande.