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Si combatté a lungo ed aspramente in un combattimento dall'esito incerto. Dato che i nemici non riuscivano a sostenere più a lungo l'assalto dei nostri, alcuni si ritirarono sul monte, gli altri si rifugiarono presso le salmerie e presso i loro carri. Si combatté anche presso le salmerie, per il fatto che gli Elvezi avevano opposto i carri a mò di barriera, e, da un luogo più alto, scagliavano frecce contro i nostri mentre arrivavano. Dopo che si fu combattuto a lungo, i nostri si impadronirono delle salmerie e dell'accampamento. Lì la figlia di Orgetorige e uno dei figli furono catturati. Da quella battaglia non sopravvissero molti della massa dei nemici, e quelli marciarono ininterrottamente per tutta la notte: alla fine arrivarono nel territorio dei Lingoni; i nostri, invece, sia per le ferite dei soldati, sia per la sepoltura dei caduti, ritardarono la marcia, e non riuscirono a inseguire i nemici. Ma Cesare inviò ai Lingoni una lettera e dei messaggeri, affinché non fornissero frumento agli Elvezi. Egli stesso, passati tre giorni, decise di inseguirli con tutte le truppe.
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Mentre il popolo Romano debellava i Galli per mano di Cesare, verso oriente ricevette un duro colpo dai Parti. E non possiamo accusare la Sorte, perché dai Romani venne combattuto sia con gli dèi, sia con gli uomini contrari: infatti la cupidigia del console Crasso infastidì sia gli uomini, sia gli dèi. Quello, anelando all'oro dei Parti, fu la causa dello sterminio di undici legioni. Il console in persona perse la vita. Ma funesti presagi avevano preannunciato la disfatta. Come prima cosa, il tribuno della plebe Metello aveva maledetto votandolo alle Furie il comandante (Crasso) mentre partiva per l'Asia. Poi, dopo che l'esercito aveva oltrepassato Zeugma, l'Eufrate ingoiò le insegne sottratte per mezzo di vortici improvvisi. Infine, dopo che l'accampamento era stato piazzato presso Niceforio, gli ambasciatori inviati dal re dei Parti, mentre rievocavano la pace con Pompeo e con Silla, vennero disprezzati da Crasso. E così gli dèi, vendicatori dei patti, favorirono l'imboscata e il valore dei nemici. Dunque, presso Carre, l'esercito Romano venne cancellato con una compassionevole strage.
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Negli antichi annali viene tramandato questo racconto riguardo ai libri Sibillini: una vecchia donna, forestiera e sconosciuta, si presentò al re Tarquinio il Superbo portando con sé nove libri, che lei diceva fossero oracoli divini; voleva metterli in vendita. Tarquinio chiese il prezzo. La donna richiese un prezzo eccessivo e smisurato; il re la derise, come se la vecchia fosse insensata a causa dell'età. A quel punto, quella pone davanti un piccolo focolaio con il fuoco, bruciò tre libri dei nove, e chiese al re se volesse comprare qualcuno dei sei libri rimanenti al medesimo prezzo. Ma Tarquinio rise molto di più di ciò, e disse che ormai fuori di dubbio la vecchia delirava. All'istante la donna bruciò in quello stesso luogo altri tre libri, e chiede di nuovo placidamente la stessa cosa, (e cioè) di comprare i tre libri rimanenti a quel medesimo prezzo. Tarquinio diventa ormai di espressione seria e di animo più accorto, comprende che quella risoluzione e confidenza non deve essere trascurata, acquista i tre libri rimanenti ad un prezzo in nulla minore rispetto a quello che era il prezzo per tutti i libri. Ma è risaputo che quella donna, dopo che allora si fu allontanata da Tarquinio, in seguito non fu vista in nessun luogo. I tre libri, conservati nel sacrario, vennero chiamati "Sibillini"; i quindecemviri si rivolgono ad essi quasi come ad un oracolo, quando gli dèi immortali devono essere consultati in via ufficiale.
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Un topo, allo scopo di attraversare a nuoto un fiume in maniera agevole, chiese l'aiuto di una rana. Costei, per mezzo di uno spago, legò (presente storico) il piede del topo alla propria zampa, e i (due) nuotatori giunsero a malapena alla metà del fiume. Non mantenendo la parola data, la rana si immerse, e trascinò con sé il sorcio sotto le acque, per togliere slealmente la vita al topo. Dopo che il topo fu stato ucciso, quando il corpo riemerse, uno sparviero avvistò la preda. Ghermì il topo galleggiante con gli artigli, e allo stesso tempo sollevò la rana che era legata insieme. La rana sleale, che aveva ucciso a tradimento il topo (lett. : "che aveva tradito la vita del topo"), andò alla morte con identica sorte.
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Cornelia ed un'altra donna, sua amica, gareggiavano sulla ricchezza e, mentre la donna esalta le sue pietre preziose e i suoi monili, Cornelia sminuisce gli averi e i gioielli. E così, (Cornelia - Soggetto sottinteso) risponde alla donna: Vincerò la gara, poiché la vera ricchezza non sono i monili e gli averi, ma i figli! E infatti Cornelia ha dei ragazzi onesti e virtuosi.
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