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È nota la risposta del poeta Simonide, quando il tiranno Gerone gli domandò che cosa pensasse riguardo agli dèi. Poiché il tiranno desiderava conoscere che cosa, o come fosse un dio, il poeta, per decidere, chiese un giorno. Quando Gerone, il giorno successivo, gli domandò la medesima cosa, il poeta chiese due giorni. Poiché raddoppiava in continuazione il numero dei giorni, e Gerone, meravigliandosi, domandava perché facesse così, Simonide, alla fine, rispose: Quanto più a lungo esamino questa cosa, tanto più oscura mi si presenta la verità. Simonide infatti, che fu non soltanto un gradevole poeta, ma in realtà anche un uomo dotto e saggio, sebbene gli fossero venute in mente molte cose acute e sagaci, tuttavia non sapeva quale, tra quelle cose, fosse la più vera.
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Sono inoltre degni di amicizia coloro nei quali è insita la ragione stessa per cui vengano amati. Genere raro. E appunto tutte le cose eccellenti sono rare, e niente è più arduo che trovare una cosa che sia, nel proprio genere, perfetta in ogni parte. Ma i più non riconoscono alcunché di buono nelle cose umane, se non ciò che sia fruttuoso, e, così come gli animali, scelgono come amici soprattutto quelli dai quali sperano che trarranno il massimo profitto. Così essi si privano dell'amicizia più bella e più naturale, quella che viene ricercata in sé e per sé, né possono basarsi sulla propria esperienza per capire di che genere e quanto grande sia questa forza dell'amicizia. Ciascuno infatti ama sé stesso, non perché pretenda da sé stesso la ricompensa del proprio affetto, ma perché ciascuno è di per sé caro a sé stesso. E, se non si traspone questa medesima cosa nell'amicizia, non si troverà mai un vero amico; egli è, infatti, colui che è proprio come un secondo sé medesimo.
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Mentre in Asia si compivano queste cose, accadde per caso che degli ambasciatori di Prusia cenassero a Roma, presso l'ex console T. Quinto Flaminio, e che lì, una volta fatto un accenno riguardo ad Annibale, uno di questi dicesse che quello si trovava nel regno di Prusia. Il giorno seguente Flaminio riferì questa notizia al Senato. I senatori, che con Annibale in vita ritenevano che non sarebbero mai stati al riparo da insidie, inviarono in Bitinia degli ambasciatori, affinché chiedessero al re di consegnare ai Romani il (loro) peggior avversario. A costoro Prusia non volle dire di no: chiese tuttavia che non gli chiedessero una cosa che fosse contro il diritto di ospitalità: disse che avrebbero trovato facilmente da soli il rifugio di Annibale. Annibale, infatti, si manteneva in un fortilizio che il re gli aveva donato, e lo aveva realizzato in maniera tale che ci fossero delle vie d'uscita in ogni punto dell'edificio, temendo, evidentemente, che fossero utili; cosa che accadde. Dopo che gli ambasciatori dei Romani furono giunti lì, e che ebbero circondato la dimora di quello con un gran numero di uomini, un fanciullo, guardando dalla porta, disse ad Annibale che erano comparsi molti uomini armati. Costui gli ordinò di fare il giro di tutte le porte dell'edificio e di riferirgli rapidamente se era assediato nello stesso modo da ogni parte. Dopo che il fanciullo ebbe riferito che tutte le uscite erano state bloccate, egli (- Annibale, soggetto sottinteso) concluse che non avrebbe conservato la vita troppo a lungo. E per non perderla per volontà altrui, memore delle antiche virtù, bevve del veleno che aveva sempre con sé.
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Il filosofo Favorino disse ad un adolescente, appassionatissimo delle parole arcaiche e che, nei discorsi ordinari e di tutti i giorni, si esprimeva con molti vocaboli troppo antichi e sconosciuti: "Curio, Fabrizio e Coruncanio, uomini antichissimi, parlarono in maniera comprensibile e con chiarezza con i loro (contemporanei), e non parlarono per mezzo dei termini degli Aurunci o dei Sicani o dei Pelasgi, che per primi abitarono l'Italia, ma per mezzo delle parole della loro epoca; tu, invece, ti servi oggi di un linguaggio disusato già da molti anni, perché vuoi che nessuno sappia e comprenda le cose che tu dici. Ma dichiari che a te piacciono i tempi antichi, poiché sono incorrotti, morali e sobri. Vivi dunque secondo i costumi passati, parla con le parole attuali, e serba sempre nella memoria e nell'animo ciò che è stato scritto da Cesare, uomo di ingegno e saggezza eccellenti: "Evita la parola insolita e desueta, così come (eviti) uno scoglio!".
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Spesso molti uomini andarono in cerca di guerre, a causa del desiderio di gloria, e ciò capita per lo più agli animi grandi ed ingegnosi, in particolare se essi sono adatti all'arte militare, e bramosi di fare guerre. Invece, se vogliamo giudicare secondo verità, molte imprese di politica civile si sono dimostrate più grandi e più illustri di quelle militari. Temistocle viene elogiato a buon diritto, ed il suo nome è illustrissimo. Si cita a ragione Salamina come testimonianza di una vittoria, ma il provvedimento di Solone, con il quale per la prima volta venne istituito l'Areopago, non è da giudicarsi meno illustre. Quella battaglia giovò una sola volta, questa assemblea (invece) gioverà alla città in ogni tempo: l'Areopago infatti ha custodito le leggi degli Ateniesi e le istituzioni degli antenati. E mentre di certo Temistocle non giovò mai all'Areopago, al contrario quello (- Solone) giovò per davvero a Temistocle: infatti la guerra contro i Persiani fu combattuta per intenzione di quel Senato che era stato istituito da Solone.
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