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Ebbene, per iniziare dalle più semplici, prendiamo in considerazione per prima la dottrina di Epicuro, che è estremamente famosa. E tu imparerai questa dottrina esposta da noi così come non è solita essere spiegata tanto accuratamente persino da quelli che approvano quella condotta; noi, infatti, non vogliamo tanto convincere un qualche rivale, quanto scoprire la verità. Ebbene, una volta, da L. Torquato, un uomo erudito in ogni campo del sapere, fu accuratamente difeso il giudizio di Epicuro in merito al piacere, e da me fu a lui risposto. Infatti, dopo che egli fu venuto presso di me nella tenuta di Cuma per salutarmi, disse: "Poiché ti ho trovato, una volta tanto, libero da impegni, di certo ascolterò quale sia il perché tu di certo non disprezzi – come quasi fanno coloro che dissentono da lui – ma sicuramente non approvi il nostro Epicuro, lui che io ritengo che, unico, vide la verità, e che liberò gli animi degli uomini dai più grandi inganni. Ma io ritengo che tu sia meno dilettato da lui perché egli avrebbe trascurato (proposizione causale soggettiva) codesti ornamenti dello stile di Platone, di Aristotele, di Teofrasto. Infatti, io non posso credere che le cose che quello abbia pensato non ti sembrino fondate". Ed io gli dissi: "Guarda quanto ti inganni, o Torquato. Non mi dispiace lo stile di codesto filosofo; difatti egli sia esprime con le parole ciò che vuole, sia dice chiaramente affinché io comprenda; tuttavia io, da un filosofo, qualora mostri eloquenza, non la rifiuterei, ma qualora non ne abbia, non la pretenderei oltremodo. (- Epicuro) non mi soddisfa nella stessa misura quanto alla sostanza, e in numerosi passi, in verità. Ma tanti (sono) gli uomini, quante (sono)le opinioni: dunque possiamo sbagliare".
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Nell'Arcadia, una volta, dei pastori, poiché ormai sopraggiungeva la notte, riposavano sotto un ampio albero. Non lontano c'era uno stagno, e le acque placide riflettevano l'immagine della luna piena. Un asino giunse per caso allo stagno, poiché era assetato; i pastori, poiché temevano le parole del loro padrone, scacciavano il pacifico animale. Infatti il padrone dei pastori diceva sempre: Quando gli animali bevono l'acqua del fiume, ingoiano anche la luna! A quel punto, per caso, la luna veniva oscurata dalle nubi. I pastori, poiché non vedevano la luna, accusavano l'asino, lo legavano, e lo mettevano sotto processo. Un giudice sciocco ascolta i presenti e dice: Poiché la luna veniva ingoiata dall'asino, uccidete l'asino e tirate fuori la luna dal ventre! I pastori eseguivano la sentenza e, per caso, la nel cielo appariva di nuovo luna. I pastori, felici, innalzavano grida fino alle stelle, sicuri della colpa dell'asino.
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Messo in fuga Antioco, Annibale giunse a Creta, presso i Gortini. Tuttavia, l'uomo astuto percepì il grande pericolo che incombeva su di sé a causa dell'avidità dei Cretesi. Egli, infatti, portava con sé molto denaro, cosa che era nota a tutti. E così prende tale decisione. Riempie con del piombo parecchie anfore, e ne ricopre le sommità con oro e argento. Mentre i capi sono presenti, pone queste (anfore) nel tempio di Diana, come se affidasse i suoi averi alla loro protezione. Dopo che costoro sono stati indotti nell'errore, egli riempie con tutto il proprio denaro le statue di bronzo che portava con sé, e le lascia nella veranda della casa. I Gortini proteggono il tempio con grande attenzione, non tanto da tutti gli altri, quanto da Annibale, e trascurano le statue di bronzo, poiché le considerano vuote. Così, mantenuti i suoi averi, il Cartaginese, ingannati tutti i Cretesi, giunge nel Ponto presso il re Prusia.
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Nulla, che non sia onesto, è utile. Questo fatto è stato riconosciuto senza dubbio dal console Gaio Fabrizio e dal nostro Senato nella guerra contro Pirro. Poiché, infatti, il re Pirro aveva dichiarato guerra al popolo Romano, e poiché c'era una contesa per la supremazia con un re nobile e potente, un qualche disertore giunse di nascosto nell'accampamento di Fabrizio e gli promise che, in cambio di una ricompensa, sarebbe tornato nell'accampamento di Pirro e che lo avrebbe ucciso con il veleno. Fabrizio fece ricondurre costui da Pirro, e tale gesto fu lodato dal Senato. Se noi ricerchiamo l'apparenza ed il concetto comune dell'utile, un solo disertore avrebbe potuto cancellare una grande guerra ed un serio rivale della supremazia Romana. Ma Fabrizio reputò un grande disonore vincere Pirro non per mezzo del valore, ma per mezzo del delitto. Infatti sia Fabrizio, che nei confronti di questa città è stato tale, quale fu Aristide (sottinteso: "nei confronti di Atene"), sia il nostro Senato, che mai ha disgiunto l'utile dall'onorevole, giudicarono più utile lottare con le armi che con i veleni.
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Cabria tuttavia morì in tal modo nella guerra sociale. Gli Ateniesi assediavano Chio. Nella flotta c'era Cabria in qualità di privato cittadino, ma superava per autorità tutti coloro che ricoprivano una magistratura, ed i soldati guardavano più a lui, che a coloro che erano al comando. Ma questa cosa gli affrettò la morte. Infatti, mentre per primo tentava di entrare nel porto, ed ordinava al timoniere di dirigere lì la nave, egli stesso fu di rovina per sé. Dopo, infatti, che fu penetrato in quel luogo, tutte le altre (navi) non lo seguirono. E così, accerchiato dall'accorrere in massa dei nemici, sebbene combattesse in maniera valorosissima, la nave, urtata da un rostro, iniziò ad affondare. Nonostante egli potesse fuggire da lì, se si fosse gettato in mare – poiché la flotta degli Ateniesi si avvicinava allo scopo di raccogliere coloro che nuotavano – (- Cabria) preferì morire piuttosto che, una volta gettate le armi, abbandonare la nave sulla quale era stato trasportato. Tutti gli altri non vollero fare ciò; e costoro, a nuoto, giunsero in salvo. Ma quello (- Cabria), straordinario a dirsi, poiché riteneva che una morte onorevole fosse preferibile ad un'esistenza ignobile, venne ucciso dai dardi dei nemici mentre combatteva corpo a corpo.
- Melius est suis moribus vitam degere, neque alienis bonis se iactare ...
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