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Gli uomini primitivi non praticavano la coltivazione dei campi, ma, con le mani, raccoglievano i frutti della terra, e, per mezzo degli archi e delle frecce, si procuravano la carne degli animali selvatici e le pelli delle belve. Non costruivano case, e così dormivano in nascondigli, lontano dalle aggressioni delle bestie feroci. Talvolta, per timore dei nemici, oppure dei fulmini, preferivano riposare, di notte, in grotte buie. Con il passare del tempo, gli esseri umani cambiarono vita: cominciarono a coltivare i campi e ad allevare animali, e fondarono villaggi nei luoghi vicini ai laghi o ai fiumi. E non avevano leggi, né magistrati, ma, all'interno delle tribù, gli anziani giudicavano tutti i contrasti.
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Agamennone, il re di Micene, comandante della spedizione contro Troia, si riunì nell'Aulide con le navi e l'esercito dei Greci. Un mare tranquillo tratteneva le navi nel porto di fronte alle coste dell'Aulide, poiché, una volta, Agamennone uccise una cerva sacra a Diana; perciò la dea, adirata con lui, allontanava il soffio dei venti, ed impediva ai Greci la partenza. A quel punto, su consiglio dell'indovino Calcante, i Greci organizzarono il sacrificio di Ifigenia, la figlia del re. Con la finzione di un matrimonio, dalla città di Micene la fecero venire nell'accampamento dell'Aulide, e la misero sull'altare. Ormai il sacerdote cominciava a compiere il sacrificio, ma Diana trattenne la mano di lui: la dea inviò una nube, e, al posto di Ifigenia, mise una cerva. I Greci, alla fine, poterono lasciare il porto, e, senza indugio, grazie ai venti favorevoli, si diressero in Asia.
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Tra gli Ateniesi e gli Spartani c'erano vecchi attriti di inimicizie, e gli Spartani, i quali desideravano vendicarsi per mezzo di una guerra, consultarono gli oracoli in merito all'esito dello scontro. Il responso dell'oracolo fu: Vincerete, se non avrete ucciso il re degli Ateniesi. Quando la guerra venne compiuta, a tutti i soldati di Sparta venne raccomandata la protezione del re di Atene. A quei tempi, il re degli Ateniesi era Codro. Quello venne a sapere il responso dell'oracolo e, dopo che ebbe svestito l'abito regale, entrò cencioso nell'accampamento dei nemici; lì si offerse per la salvezza della patria, poiché, in un tafferuglio, venne ucciso da un soldato. Gli Spartani riconobbero il cadavere del re, e se ne andarono senza battaglia. Così gli Ateniesi vennero liberati dalla guerra dal valore del capo.
Caesar, cuius imperio iam totius Galliae populi obtemperabant, Labieno legato III legiones commisit;
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Cesare, al cui comando ormai obbedivano i popoli dell'intera Gallia, assegnò al luogotenente Labieno tre legioni; egli stesso, con cinque legioni e con un numero eguale di cavalieri, che aveva lasciato sul continente, navigò verso la Britannia. Senza alcun dubbio, in questa spedizione, fu grande il valore dei soldati che il comandante portò con sé; difatti nessuno sforzo, nessun rischio, né la difficoltà di alcuna impresa li stancava oppure smorzava il loro entusiasmo. Quindi Cesare, al tramonto del sole, fece salpare le navi, sospinto da un leggero vento Africo, ma, durante la notte, il vento si interruppe e la flotta non mantenne la rotta; all'alba le truppe avvistarono la Britannia alla loro sinistra. A quel punto la flotta fece rotta, per mezzo dei remi, di nuovo verso quella zona dell'isola in cui l'accesso è buono; in questa situazione fu particolarmente grande il valore dei soldati, i quali, a forza di remi, corressero la rotta delle navi. Dunque, a mezzogiorno, Cesare giunse presso le coste della Britannia, ma non vide le tracce di alcun nemico; come il generale apprese più tardi dagli abitanti di quella costa, essi, terrorizzati dalla grande quantità di navi, si erano nascosti in luoghi soprelevati.
Iram ne temperemus, sed ex toto a mente eam removeamus. Nec ulla res proderit magis quam cogitatio m
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Non tratteniamo la collera, bensì rimuoviamola del tutto dalla mente! E nessuna cosa sarà più utile che la riflessione sulla mortalità. Ciascuno dica a sé stesso e al prossimo: A che cosa serve proclamare le collere e sprecare una vita breve come se fossimo stati generati per l'eternità? A che cosa serve impiegare i giorni che ci è concesso di dedicare ad un onesto piacere, al dolore di qualcuno? Perché, immemori della nostra fragilità, ci facciamo carico di odi smisurati e, sebbene così fragili, andiamo all'attacco? Perché complichiamo la vita? Il Fato (ci) incombe sulla testa; codesto tempo, che dedichi alla morte altrui, forse è in prossimità della tua (nel senso: "questi giorni che consumi augurandoti la morte altrui potrebbero essere i tuoi ultimi giorni e tu li avresti sprecati").
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