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Numa Pompilio, il secondo re dei Romani dopo di Romolo, non fece nessuna guerra; egli, invece, stabilì delle leggi per i Romani, poiché ormai, a causa dell'uso ricorrente delle guerre, gli altri popoli li consideravano predoni e semibarbari. Il devoto re Numa fondò a Roma innumerevoli cerimonie rituali e templi, e suddivise in dieci mesi l'anno, precedentemente confuso senza un calcolo. Successivamente stabilì i giorni fasti e i nefasti: nei giorni fasti ai pretori era concesso di amministrare la giustizia, viceversa, nei giorni nefasti, tutti dovevano astenersi dall'amministrazione dello Stato. I Romani avevano anche i giorni "infausti": in quei giorni si trasmetteva il ricordo di fatti luttuosi e di sciagure, e non era concesso amministrare la giustizia oppure concludere affari. Il re Numa morì per una malattia, nel quarantatreesimo anno del suo regno.
Mi frater, mi frater, mi frater! Times ne ego miserim iracundia aliqua adductus, pueros ad te sine l
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Fratello mio, fratello mio, fratello mio! Tu temi che io abbia mandato, spinto da una qualche collera, gli schiavi da te senza una lettera, o anche che io non abbia voluto vederti. Potrei io adirarmi con te? Quel mio famoso consolato mi ha strappato te, i figli, la patria, gli averi. Ma di certo da parte tua mi sono sempre arrivate tutte cose degne di stima e gradite, (invece) a te, da me, sono arrivati i lamenti della mia sventura, la preoccupazione della tua, e nostalgia, tristezza, isolamento. Credi forse che io non abbia voluto vederti? Piuttosto io non ho voluto essere visto da te! Non avresti infatti visto il fratello tuo, non quello che avevi lasciato, non quello che tu, piangendo, avevi lasciato partire mentre piangeva; (non avresti visto) di lui neppure la traccia, né l'ombra, bensìuna certa immagine di morto che respira. E anzi, magari tu mi avessi visto morto prima! Magari io ti avessi lasciato intatta la mia dignità! Se gli schiavi si sono recati da te senza una lettera, non è stata la collera la causa: senza dubbio è stata pigrizia, oppure un qualche smisurato accesso di lacrime e di dolori.
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La vita in Italia è serena. La regione è fertile e ridente: agli abitanti offre grande abbondanza di uve, olive e messi, e alle mucche e alle capre (offre) molte erbe profumate. Le bianche spiagge dell'Italia sono estese e ridenti, l'acqua (è) limpida, i venti (sono) sempre dolci. Gli abitanti dell'Italia sono soprattutto agricoltori e marinai, ma ci sono anche quelli che praticano il commercio e si procurano molto denaro. In Italia ci sono anche poeti che celebrano la patria.
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Chi si affida ad un uomo disonesto, mentre cerca aiuto, trova la rovina. Le colombe rifuggivano spesso il nibbio, e, grazie alla velocità delle ali, evitavano la morte. Il nibbio rapace allora volge la sua intelligenza all'inganno e raggira la specie inerme con siffatto tranello. Dunque si reca dalle colombe e dice: Perché conducete una vita ansiosa e non accogliete me come re? In questo modo sarete sempre difese da me da ogni violenza. Le colombe credono all'infido nibbio e si affidano a lui. Ma il nibbio, appena è re, comincia a divorare le colombe e ad esercitare il potere con gli artigli crudeli. Allora una tra le superstiti esclama così: Veniamo giustamente punite, poiché abbiamo affidato la nostra vita ad un simile bandito!
Eodem anno dicunt, sive motu terrae sive qua alia vi, forum mediumconcidisse in immensam altitudinem
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Dicono che nel medesimo anno, o per un terremoto, oppure per qualche altra calamità, il centro del Foro cadde in un'enorme voragine. Raccontano che quindi gli abitanti vi gettarono dei sassi, però il baratro non poté essere riempito. I Romani, tremanti, ritenevano che gli dèi preannunciassero la rovina di Roma, e consultarono l'oracolo. Gli indovini diedero un sorprendente responso: se desideravano che lo Stato fosse duraturo, i Romani dovevano gettare nella voragine degli oggetti preziosi. Immediatamente tutti portarono nel Foro gioielli preziosi d'oro e d'argento e li gettarono in quell'abisso, ma invano. Raccontano che a quel punto Marco Curzio, un giovane eccellente in guerra, disse così: Noi non teniamo in gran conto l'oro e l'argento, ma le armi e il valore. Io agli dèi offro delle armi ed un giovane coraggioso! Si dice che egli guardò i templi degli dèi immortali ed il Campidoglio, tese le mani ora verso il cielo, ora verso la voragine della terra, agli dèi Mani e che si gettò nel baratro, armato e con il cavallo equipaggiato. Risulta che il lago Curzio non trasse il nome dal celebre antico soldato di Tito Tazio, Curzio Mezio, ma da questo.