Xerxes, Thermopylis expugnatis, protinus accessit Athenarum astu idque, nullis defendentibus, interf
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Serse, dopo che le Termopili erano state espugnate, tutto di filato arrivò alla città di Atene e, poiché non c'erano difensori, dopo che ebbe ucciso i sacerdoti che aveva trovato nell'Acropoli, con un incendio la annientò. Anche i soldati della flotta, spaventati dalle fiamme, non volevano restare, e il solo Temistocle fece resistenza gridando: Tutti insieme possiamo essere pari ai nemici, divisi soccomberemo! Egli, in tal modo, intendeva convincere Euribiade, il re degli Spartani, che a quel tempo era a capo del massimo potere. Tuttavia, poiché non lo persuase, di notte inviò un tale tra i suoi servitori di fiducia al re Serse, e gli comunicò la fuga degli avversari: Avrai una guerra una lunga e difficoltosa, se sarai stato costretto a inseguirli uno a uno; se li avrai attaccati immediatamente, li sconfiggerai tutti insieme in breve tempo. In tal modo, sebbene contro la loro volontà, venivano tutti obbligati a combattere. Dopo che ebbe udito questa cosa, il barbaro, senza sospettare alcun inganno, l'indomani combatté in una stretta insenatura, un luogo per lui svantaggioso, ma favorevole per i nemici, e la grande massa delle sue navi non poté essere schierata. Dunque egli venne sconfitto più dall'assennatezza di Temistocle che dalle armi della Grecia.
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Attilio Regolo invece resta in Africa e schiera l'esercito contro gli Africani. Si scontra contro tre comandati dei Cartaginesi e vince, uccide diciottomila nemici, cattura molti uomini, insieme a otto elefanti, accetta sotto la propria protezione numerose città. Allora i Cartaginesi chiedono la pace ai Romani. Poiché Regolo nega la pace, se non con dure condizioni, gli Africani chiedono aiuto agli Spartani. Ed il comandante dei Romani viene sconfitto dal comandante Santippo, il quale viene inviato dagli Spartani. Infatti, soltanto duemila Romani scampano; trentamila vengono uccisi, lo stesso Regolo viene messo in catene, ed insieme al comandante supremo vengono catturati cinquecento soldati.
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Gli imperatori Flavi costruivano un famoso anfiteatro. L'anfiteatro era il luogo dove combattevano i gladiatori: erano uomini che imparavano insieme l'utilizzo della armi ed ora combattevano tra loro o con le spade o con i pugni, ora andavano contro le bestie feroci; affrontavano il combattimento ferino non per odio, ma per la ricompensa. L'anfiteatro Flavio aveva un aspetto mirabile ed incredibile: in un enorme emiciclo conteneva molti spettatori, e nella parte inferiore della costruzione, nell'arena, accoglieva contemporaneamente incalcolabili uomini ed animali. Presto la costruzione dei Flavi assurse a grande fama, ed attirava a Roma una grande quantità di addestratori e di gladiatori. I gladiatori allenavano i loro corpi nella scuola presso l'anfiteatro. Gli spettacoli erano terribili per i colpi mortali e per l'orribile spargimento di sangue.
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Ormai lo Stato Romano era forte a tal punto da essere, nella guerra, pari a qualsiasi delle popolazioni limitrofe. Però, a causa della penuria di donne, la potenza di Roma sarebbe stata destinata a durare solo per una generazione (per hominis aetatem = "per l'arco della vita di un uomo"), perché non c'erano né speranza di prole in patria, né matrimoni con i confinanti. Allora, su decisione dei senatori, Romolo mandò degli ambasciatori alle popolazioni vicine, affinché chiedessero l'alleanza e il diritto di matrimonio con il nuovo popolo. Gli ambasciatori sostenevano che anche le città, come tutte le altre cose, sorgono dal basso; e che, poi, quelle città che il proprio valore e gli dèi sostengono, si costruiscono una grande autorità e una grande rinomanza; e che gli dèi di certo erano stati propizi all'origine Romana e che il valore non sarebbe venuto meno. Gli ambasciatori, insomma, speravano che i vicini sarebbero stati tanto sicuri della gloria Romana da voler mescolare (con essa) il sangue e la discendenza. Da nessuna parte l'ambasceria fu ascoltata con benevolenza: a tal punto temevano la crescente potenza Romana per sé stessi e per i loro discendenti.
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Annibale, il figlio di Amilcare, illustre comandante dei Cartaginesi, condusse contro i Romani una guerra duratura e onerosa. Giunse in Spagna insieme al padre, e, dai soldati, gli venne assegnato il ruolo di comandante supremo. Contro Annibale, i Romani mandarono invano una moltitudine di soldati. Il comandante supremo Cartaginese distrusse Sagunto; poi, con un grande numero di elefanti, e con truppe cospicue, superò le Alpi e saccheggiò i terreni Italici, espugnò con la forza città unite in patto ai Romani, ed uccise molti soldati Romani. Sconfisse le truppe dei Romani presso il Trebbia, il Ticino e il Trasimeno. Alla fine, tuttavia, grazie al valore delle legioni e all'abilità dei comandanti, la ferocia dei Cartaginesi venne sconfitta, e i nemici vennero cacciati dall'Italia.