In theatro est locus post pulpitum: aedificii formam habet, cum amplis ianuis, podiis, marmoreis col
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Nel teatro c'è un luogo dietro al pulpito: ha l'aspetto di un edificio, con porte ampie, podi, colonne di marmo e statue. Attori tragici, comici, timelici (musicisti) e buffoni scendono nel pulpito per la gara. Gli attori tragici recitano insieme storie dolorose anche con dei, semidei e uomini. Gli attori comici nelle loro storie recitano storie personali, ed inscenano anche amori e matrimoni. I timelici invece sono musicisti e si accompagnano con organi, lire e cetre; recitano e si spostano per la zona del coro. I buffoni indossano spesso gli indumenti delle donne, riproducono i gesti femminili, e mettono in scena le storie danzando; forse provengono da Istria, oppure interpretano racconti intrecciati a storie vere, come fossero storici.
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La formica è La boriosa e assennata, la cicala è oziosa e sprovveduta. La cicala canta felice per tutta l'estate e consuma il cibo che la prospera natura dà spontaneamente a tutti gli animali. La formica porta molte briciole sottoterra e le accumula nella sua tana. Invano la formica sgrida la cicala, ma la cicala deride la formica. Quando l'inverno secca la terra e non dà frutti, la sciocca cicala non ha il cibo e muore di fame. Al contrario la formica ha il suo pane e giustamente deride la cicala.
Creatus est princeps Hadrianus, sine aliqua quidem voluntate Traiani, sed opera Plotinae, Traiani ux
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Adriano fu nominato imperatore, senza assolutamente alcuna intenzione di Traiano, ma per opera di Plotina, la moglie di Traiano; infatti Traiano, da vivo, non aveva voluto adottare lui, che era il figlio della propria cugina. L'imperatore abbandonò immediatamente le tre province che Traiano aveva annesso, e richiamò l'esercito dall'Assiria, dalla Mesopotamia e dall'Armenia, inoltre, come limite estremo dell'impero, volle l'Eufrate. I compagni lo distolsero dalla Dacia e così non furono trasferiti molti cittadini Romani, come fece Traiano quando aveva trasferito lì drappelli sterminati uomini da tutto il mondo Romano, per fondare alcune città. Mantenne la pace in ogni momento del suo governo, una volta soltanto combatté per mezzo di un governatore. Ispezionò il territorio Romano; costruì molte opere. Molto eloquente nella lingua Latina, fu ben istruito nella Greca. Non ebbe grande reputazione di clemenza, ma (fu) scrupoloso sull'erario e sulla disciplina dei soldati. Morì più che sessantenne in Campania. Il senato non volle attribuirgli onorificenze divine, tuttavia il suo successore Tito richiese con insistenza ciò e, anche se tutti quanti i senatori resistevano pubblicamente, alla fine lo ottenne.
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Teseo, figlio di Egeo, fanciullo temerario, salva gli abitanti di Atene. L'Attica, la regione della città di Atene viene scossa da un grande pericolo. Infatti Atene manda ogni anno a Minosse, signore di Creta, sette fanciulli e sette fanciulle, e quello rinchiude gli sventurati nel Labirinto, un grande palazzo con molti cunicoli intrecciati. Lì il Minotauro, orribile creatura prodigiosa, divora crudelmente i prigionieri. Teseo giunge sull'isola; uccide il Minotauro e fugge dal Labirinto insieme ad Arianna, la figlia di Minosse. Così, grazie a Teseo, la città di Atene viene liberata dal crudele tributo del signore di Creta.
Aeneas vir fuit non modo animosus fortisque sed etiam pius; nam ob magnam pietatem eum dei elegerunt
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Enea fu un uomo non solamente coraggioso e vigoroso, ma anche devoto ( - pius): infatti, per via della grande devozione, gli dèi lo scelsero affinché ( - ut) fondasse in Italia una nuova Troia. Enea obbedì sempre alla volontà degli dèi ( - deorum), e, al fine di soddisfare l'aspettativa degli dèi del cielo, andò via dalla patria e superò ( - superavit) tutte le difficoltà. Infine abbandonò Didone, e questa fu l'origine di un odio eterno tra i Romani e i Cartaginesi ( - Carthaginienes), perché la regina, per vendicare il torto, pronunciò una maledizione eterna contro i Troiani. Per volontà ( - voluntate) degli dèi, in ultimo, Enea combatté delle guerre ( - bella) contro le popolazioni dell'Italia, e dopo che uscì vincitore ( - victor), diede al proprio popolo una nuova patria. Enea trasferì da Troia a Roma i Penati ( - Penates): così i Romani chiamavano tutti gli dèi che veneravano in casa; venivano chiamati Penati perché si trovavano nei "penetralia" ( - penetralibus), cioè in un luogo recondito della casa.