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In questa parte della mia opera, mi è lecito premettere, cosa che all'inizio dell'intera narrazione la maggior parte degli storici è solita dichiarare, che io tratterò della guerra più memorabile di tutte quelle che siano mai state combattute, che, sotto il comando di Annibale, i Cartaginesi combatterono con il popolo Romano. Contesero con odi anche quasi più grandi delle forze, i Romani indignandosi poiché i vinti portavano le armi contro i vincitori senza essere stati provocati, e indignandosi i Cartaginesi poiché pensavano che sui vinti fosse stato esercitato un dominio superbo ed esoso. Inoltre è noto che Annibale, di appena nove anni, mentre faceva puerilmente una carezza al padre Amilcare affinché fosse condotto nella Spagna, accostato agli altari sia stato indotto a giurare che sarebbe stato nemico del popolo Romano.
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Gige, il pastore del re, scese in una fossa del terreno. Qui notò un cavallo di bronzo, sui lati del quale si trovavano delle porte. (Gige) aprì le porte e vide il corpo di un uomo morto, dalla mole inconsueta e con un anello d'oro al dito. Gige, dopo che ebbe sfilato l'anello, se ne andò ad un'assemblea di pastori. In quel luogo sperimentò la straordinaria dote dell'anello: infatti, dopo aver rivolto verso il palmo della mano il castone dell'anello, non veniva visto da nessuno, egli stesso, al contrario, vedeva tutte le cose; dopo che aveva rigirato l'anello al suo posto, egli medesimo veniva visto nuovamente. Dunque, servendosi di questo vantaggio dell'anello, egli fece violenza alla regina e, con l'aiuto di lei, assassinò il re ed eliminò le guardie del corpo di lui, e nessuno fu in grado di vederlo mentre compiva questi delitti. Così, improvvisamente, per grazia dell'anello, egli si affermò come re della Lidia.
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Le dèe antiche erano numerose. Diana, la figlia di Latona, era la regina dei boschi; infatti, portava una faretra, e, nei boschi, uccideva gli animali feroci. Diana scagliava sempre frecce, ed uccideva gli animali feroci. Gli animali feroci si rifugiavano nei boschi, e temevano la dea. Per questo, gli abitanti dell'Italia consacreranno statue ed altari alla dea, e placheranno la collera della dea. Diana era non soltanto la dea dei boschi, ma anche delle strade. Minerva, equipaggiata con un elmo ed una lancia, era non soltanto la dea della conoscenza, ma anche delle battaglie; a Minerva erano sacre gli ulivi e le civette, a Diana (erano sacre) le cerve. Le dèe amavano la pudicizia, e proteggevano e sorvegliavano le fanciulle prima delle nozze. Gli abitanti dell'Italia dedicavano molti altari a Diana e a Minerva, e si recavano spesso agli altari delle dèe e offrivano delle vittime.
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Orfeo è un celebre poeta; per mezzo del suono della lira – dicevano gli antichi – inteneriva le belve, e smuoveva anche le pietre; per mezzo del suono della lira placava anche le impetuose onde del mare. In Tracia, trascorreva una vita felice con la promessa sposa, la bella ninfa Euridice, che amava in maniera straordinaria. Un giorno una vipera morde la promessa sposa e, per mezzo del veleno, la uccide. Orfeo, a causa della grande tristezza, smette di suonare con la lira, vaga per lungo tempo attraverso i boschi, e piange in continuazione. Alla fine scende nel Tartaro, perché desidera ricondurre la promessa sposa presso i vivi. Si avvicina al trono di Proserpina, e suona dolcemente con la lira: le ombre dei defunti accorrono da ogni parte, la creatura prodigiosa Cerbero tace, le torture dei dannati cessano. Plutone e Proserpina, gli dèi degli Inferi, spinti dal suono della lira, esaudiscono le richieste del poeta, ma dicono ad Orfeo: Euridice ritornerà presso i vivi se tu, lungo la strada dagli Inferi alla Terra, non rivolgerai gli occhi verso la tua promessa sposa. Orfeo esulta di gioia, ma, mentre avanza, gira inavvedutamente gli occhi. Euridice scompare immediatamente dagli occhi, e lo sventurato Orfeo perde la promessa sposa per l'eternità.
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Molti cittadini Romani ammassavano ricchezza e oro, e possedevano molti terreni di suolo coltivato. Così, spesso, venivano spaventati dai nemici e turbati dal lavoro continuo. Coloro che avevano lo stretto necessario, invece, conducevano la vita in maniera modesta, ma non erano indigenti: il loro focolare brillava di un fuoco continuo, viti delicate crescevano a tempo opportuno, avevano abbastanza frutti e la primavera offriva sempre cumuli di messi.