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Furius Camillus oppidum Falerios obsidebat; tunc ludi magister …
Furio Camillo assediava la città di Falerii; allora, un maestro di scuola portò con sé, al di fuori delle mura, molti fanciulli nobili. Da lì, per mezzo di chiacchiere e discorsi, proseguì il cammino, e, poco alla volta, portò gli allievi tra le sentinelle, e alla fine nell’accampamento dei nemici, e li consegnò al console; egli sperava dal console una grande ricompensa. Il maestro indegno pensava in questa maniera: i padri e le madri dei figli nobili, che io ho consegnato ai nemici, chiederanno immediatamente una tregua e la pace, e accoglieranno le truppe Romane all’interno delle mura. Ma Camillo disapprovò la perfidia e il tranello del maestro, e disse così: Impugniamo le armi non contro gli inermi, ma contro i nemici armati; ed immediatamente consegnò il traditore ai fanciulli. I fanciulli scudisciarono il maestro, e lo riportarono in città. Allora gli abitanti di Falerii immediatamente aprirono le porte ai Romani con grande gioia.
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Cibi minimi erat atque vulgaris fere. Secundarium panem et pisciculos minutos …
Egli era di modesto appetito e di gusti semplici (egli era di pochissimo cibo e piuttosto ordinario”). Gradiva soprattutto pane raffermo, piccoli pesci, formaggio di mucca pressato a mano e fichi acerbi. Sono parole di lui stesso, dalle lettere: Abbiamo mangiato pane e datteri sul carro. E ancora: Mentre dal palazzo ritornavo a casa con la lettiga, mangiai un’oncia di pane insieme a pochi acini di uva duracina. E ancora: Neppure un giudeo osserva così rigorosamente il digiuno del sabato come l’ho rispettato io oggi, che alla fine, dopo l’ora prima della notte, ho mangiato due bocconi nelle terme.
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Hinc invictus, Hannibal patriam defensum revocatus, bellum gessit adversus …
Da qui, senza mai essere stato vinto, Annibale fu richiamato a difendere la patria, e condusse la guerra contro P. Scipione, il figlio di quello Scipione che egli stesso, dapprima nei pressi del Rodano, successivamente nei pressi del Po, una terza volta nei pressi del Trebbia, aveva messo in fuga. Una volta che le ricchezze della patria erano state ormai esaurite, volle mettersi d’accordo con questo per sospendere per il momento la guerra, al fine di combattere da più forte in un secondo momento. Venne a colloquio con lui, le condizioni non si conciliarono. Pochi giorni dopo questo fatto, si scontrò con lui medesimo nei pressi di Zama; una volta respinto – incredibile da dire – in due giorni e due notti arrivò ad Adrumeto, che è distante da Zama circa trecento miglia. Nel corso di questa fuga i Numidi, che si erano ritirati insieme a lui dal campo di battaglia, gli tesero un’imboscata, e questi non solo li evitò, ma addirittura sopraffece quegli stessi. Ad Adrumeto radunò quelli che rimanevano dalla fuga, e con nuovi arruolamenti, nel giro di pochi giorni, riunì molti soldati.
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Sequebatur haec equitatus duodecim gentium variis armis et moribus …
Seguiva queste cose una cavalleria di dodici popoli, dagli armamenti e dai costumi diversi. Subito dopo avanzavano quelli che i Persiani chiamano “gli Immortali”, circa diecimila: quelli avevano collane d’oro e un abito decorato d’oro, e tuniche provviste di maniche e abbellite anche da gemme. L’abito del re si segnalava tra tutti per via del lusso, incredibile a dirsi: la parte centrale della tunica color porpora era bianco, e degli sparvieri d’oro decoravano un mantello dorato. Il re aveva una cintura d’oro e una scimitarra, che aveva un fodero di perla.
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Nisus, Martis filius, vel, ut alii tradunt, Deionis filius, rex Megarensium, in capite...
figlio di Marte, oppure, come altri riportano, figlio di Deione, re dei Megaresi, Niso, aveva sulla testa un capello vermiglio. A costui, da Apollo fu dato il responso che, custodendo quel capello, egli avrebbe regnato molto a lungo. Dopo che ad attaccare costui fu giunto Minosse, il figlio di Giove, eglifu amato da Scilla, figlia di Niso, su incitamento di Venere; al fine di rendere costui vittorioso, Scilla tagliò al padre, mentre dormiva, il capello del destino. Perciò Niso fu vinto da Minosse. Mentre però Minosse faceva ritorno a Creta, Scilla arrivò a chiedere soccorso: gli chiese infatti che la portasse con sé, sulla base della parola data. Costui disse che l’integerrima Creta non avrebbe accolto una tale perfidia. Costei si buttò in mare. Niso invece, mentre dava la caccia alla figlia, fu tramutato in aquila marittima, e Scilla (fu tramutata) nel pesce che chiamano “ciri”. Quell’uccello, quando scorge il pesce che nuota, afferratolo con gli artigli, lo strazia.