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Carthaginiensium dux Hamilcar, Syracusas obsidens, inter somnum arcanam vocem...
Il comandante dei Cartaginesi Amilcare, mentre assediava Siracusa, durante il sonno sentì una voce misteriosa: Domani cenerai a Siracusa. Dunque, non dubitando in merito all'esito della guerra, anzi, sperando una vittoria sicura, preparò l'esercito per la battaglia. Ma, all'improvviso, sorge un grande contrasto tra i Cartaginesi e i Siciliani che si trovavano nell'esercito di Amilcare: a quel punto i Siracusani, appena percepiscono la discordia degli alleati, irrompono nell'accampamento dei Cartaginesi, catturano Amilcare, e lo trascinano nella loro città. Perciò Amilcare fu ingannato da un sogno: infatti cenò a Siracusa da prigioniero, e non da vincitore come aveva supposto con la mente.
Versione tratta da: Valerio Massimo
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Masinissa vulneratus ex hostium manibus cum paucis equitibus...
Qui trovi la versione Massinissa riconquista il suo regno di Grammatica Picta (diversa)
Massinissa, ferito, era riuscito, insieme a pochi cavalieri, a sfuggire dalle mani dei nemici in una caverna nascosta. Lì, per alcuni giorni, egli si sostentò per mezzo del loro brigantaggio, mentre la ferita veniva curata con delle erbe. E dopo che questa fu giunta a cicatrizzazione, egli, con grande audacia, partì per riconquistare il proprio regno. Radunati circa quaranta cavalieri durante il viaggio stesso, dopo essere arrivato nel proprio territorio, fu accolto dagli abitanti con grande gioia, poiché essi vedevano incolume il re che avevano creduto che fosse morto. Ciò fece sì che, entro pochi giorni, si radunassero presso Massinissa seimila fanti e quattromila cavalieri. Così, in breve tempo, egli riconquistò il regno paterno, dal quale era stato scacciato da Siface dieci anni prima. Tuttavia non mise fine alla guerra prima che Siface fu stato catturato e consegnato ai Romani.
Versione tratta da: Livio
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Cum ad aliena respicimus, nostra nobis non placent nec sufficiunt. Saepe deos...
Quando guardiamo alle cose altrui, le nostre non ci piacciono, e non ci bastano. Spesso accusiamo anche gli dèi perché alcuni ci superano, anche se dietro di noi ci sono molti, ed essi a loro volta ci invidiano. Tanto è grande la sfacciataggine degli esseri umani! Tanto siamo irriconoscenti quando abbiamo ricevuto dei favori! – Mi ha conferito la pretura, ma avevo sperato il consolato; mi ha conferito il tribunato, ma non mi ha fatto console; l'anno ha preso il nome da me, ma la speranza di una carica sacerdotale è stata vana; sono stato inserito in un collegio, ma perché in uno solo? Ho terminato la mia carica, ma essa non ha aggiunto nulla al (mio) patrimonio familiare. – Ringrazia, piuttosto, per la serie di concessioni! Hai superato tutti: sei il primo nell'animo del tuo amico. Molti ti superano: molti, tuttavia, sono superati da te. Hai un grosso difetto: fai i calcoli sbagliati, valuti tanto le cose date, e poco le cose ricevute.
Versione tratta da: Seneca
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Temptata est Epaminondae Thebanis abstinentia a Diomedonte Cyziceno...
L'integrità del Tebano Epaminonda venne messa alla prova da Diomedonte di Cizico: infatti, il re Artaserse desiderava corrompere Epaminonda a danno della patria. E così Diomedonte, giungendo a Tebe con un grande carico d'oro, per mezzo del denaro reclutò per il proprio proposito Micito, un giovinetto straordinario quanto a bellezza, che all'epoca Epaminonda amava. Micito incontrò Epaminonda, e mostrò il dono di Diomedonte. Ma Epaminonda (disse): Se il re chiede cose vantaggiose per i Tebani, sono pronto a farle senza una ricompensa, se invece (chiede cose) dannose per i Tebani, non basta tutto l'oro che si trova nell'Erario del re. Infatti, a fronte dell'affetto per la patria, io disdegno la ricchezza del mondo. Più tardi, restituendo l'oro a Diomedonte, (lo) pregò: Ti darò, ai fini della (tua) sicurezza, delle guardie del corpo come difesa, e ti dirigerai sicuro ad Atene con la tua ricchezza.
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Iuppiter pater, cum res humanas a primordio condit, vitae aevum uno icto...
Quando, al principio, fonda le cose umane, il padre Giove percuote il tempo dell'esistenza con un colpo solo e lo ripartisce in due metà uguali in tutto: avvolge una parte con la luce, la seconda con le tenebre; successivamente, egli battezza le parti "giorno" e "notte", ed assegna alla notte la quiete, al giorno l'attività. Siccome a quel tempo il sonno ancora non esisteva, tutti passavano la vita svegli, anche se agli uomini, mentre restavano svegli, era consentito il riposo notturno. Tuttavia, poco a poco, dato che le intelligenze umane sono irrequiete e bramose di cambiamento, gli uomini attendevano giorno e notte alle occupazioni e non dedicavano nessun momento al riposo. Quindi Giove, sollecito, crea il Sonno: econsegna a lui le chiavi degli occhi e gli infusi di erbe con i quali si addormentano i cuori degli uomini.
Versione tratta da: Frontone