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Alpibus Italiam munierat antea natura non sine aliquo divino numine. Nam si ille …
La natura aveva protetto già da tempo l'Italia con le Alpi, non senza una qualche divina provvidenza. Infatti, se quel varco fosse stato aperto all'enorme numero dei Galli, questa città non avrebbe mai offerto la dimora e la sede all'egemonia suprema. Infatti non c'è niente fino all'Oceano, oltre all'altitudine delle montagne, che dall'Italia debba essere temuto. E, tuttavia, in una o due estati, si può finalmente assoggettare l'intera Gallia con catene indissolubili, con la paura oppure con la speranza, con la punizione oppure con le ricompense, con le armi oppure con le leggi. Se le cose invece saranno state lasciate imperfette e incompiute, le forze dei Galli, sebbene siano state indebolite, tuttavia un giorno o l'altro si intensificheranno, e riprenderanno vigore per rinnovare la guerra. Per la qual cosa, che la Gallia resti sotto la tutela di Cesare, alla lealtà, al valore, al successo del quale essa è stata affidata! E se questo, dopo essere stato ornato dai ricchissimi doni della Fortuna, non volesse più a lungo mettersi alla prova quella dea, se egli fosse impaziente di ritornare in patria, agli dèi Penati, a quell'onore che in città vede a sé riservato, tuttavia sarebbe opportuno che tutte quelle imprese fossero portate a termine da lui medesimo, dal quale sono state intraprese.
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In antiquis annalibus memoria de libris Sibyllinis haec prodita est: anus hospita …
Negli antichi annali viene tramandato questo racconto riguardo ai libri Sibillini: una vecchia donna, forestiera e sconosciuta, si presentò al re Tarquinio il Superbo portando con sé nove libri, che lei diceva fossero oracoli divini; voleva metterli in vendita. Tarquinio chiese il prezzo. La donna richiese un prezzo eccessivo e smisurato; il re la derise, come se la vecchia fosse insensata a causa dell'età. A quel punto, quella pone davanti un piccolo focolaio con il fuoco, bruciò tre libri dei nove, e chiese al re se volesse comprare qualcuno dei sei libri rimanenti al medesimo prezzo. Ma Tarquinio rise molto di più di ciò, e disse che ormai fuori di dubbio la vecchia delirava. All'istante la donna bruciò in quello stesso luogo altri tre libri, e chiede di nuovo placidamente la stessa cosa, di comprare i tre libri rimanenti a quel medesimo prezzo. Tarquinio diventa ormai di espressione seria e di animo più accorto, comprende che quella risoluzione e confidenza non deve essere trascurata, acquista i tre libri rimanenti ad un prezzo in nulla minore rispetto a quello che era il prezzo per tutti i libri. Ma è risaputo che quella donna, dopo che allora si fu allontanata da Tarquinio, in seguito non fu vista in nessun luogo. I tre libri, conservati nel sacrario, vennero chiamati "Sibillini"; i quindecemviri si rivolgono ad essi quasi come ad un oracolo, quando gli dei immortali devono essere consultati in via ufficiale.
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La Nereide Teti, madre di Achille, era agitata perché l'oracolo aveva detto così a proposito del figlio: "Se Achille andrà a conquistare Troia, è destinato a morire". E così inviò il figlio giovinetto sull'isola di Sciro al re Licomede, ed egli custodiva costui in abito femminile tra le figlie ancora fanciulle, una volta cambiatogli nome. Gli Achei però, dopo che furono venuti a sapere che quello era nascosto in quel luogo, inviarono al re Licomede dei messaggeri (Ulisse fu tra loro) affinché chiedessero che lo mandasse presso i Danai. Poiché il re affermava che Achille non si trovava presso di lui, Ulisse, dal momento che non era in grado di distinguere quale egli fosse tra quelle, pose nell'atrio della reggia dei regali da donna, fra i quali anche uno scudo ed una lancia, ed immediatamente ordinò che si facesse un fracasso di armi insieme a schiamazzi. Achille, credendo che lì ci fosse un nemico, stracciò la veste femminile e afferrò lo scudo e la lancia. Per via di questo fatto egli venne riconosciuto, e promise agli Argivi i propri contributi, ed i soldati Mirmìdoni.
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Agamemnon et Menelaus Atrei filii cum ad Troiam oppugnandam coniuratos duces …
Agamennone e Menelao, figli di Atreo, mentre conducevano i comandanti che avevano fatto giuramento ad espugnare Troia, giunsero all'isola di Itaca presso Ulisse, figlio di Laerte. A Ulisse era stato predetto questo: "Se andrai a Troia, dopo venti anni, perduti gli amici, bisognoso di tutto, tornerai a casa". Così, sapendo che sarebbero venuti da lui dei messi, fingendo la pazzia, aggiogò un cavallo e un bue ad un aratro. Quando Palamede lo vide, capì che fingeva e mise davanti all'aratro Telemaco, suo figlio, dopo che egli era stato portato via dalla culla, e disse: "Abbandonata la finzione, unisciti ai congiurati". Allora Ulisse promise che sarebbe partito. Da quel momento fu nemico di Palamede.
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Phocion Atheniensis etsi saepe exercitibus praefuit summosque magistratus …
Focione Ateniese fu spesso a capo di eserciti e ricoprì le più alte cariche, tuttavia è molto più noto per l'integrità della vita che non per l'attività militare. Così della seconda non c'è alcun ricordo, e invece è grande la fama della prima, per cui fu soprannominato il Buono. Fu infatti povero per tutta la vita, sebbene potesse essere ricchissimo e per le cariche spesso rivestito dei più alti poteri che gli venivano affidati dal popolo. Costui rifiutò dal re Filippo doni di grande valore e mentre gli ambasciatori lo esortavano ad accettarli e insieme gli ricordavano che pensasse tuttavia ai suoi figliuoli, ai quali sarebbe stato difficile salvaguardare nella più assoluta povertà la tanto grande gloria del padre, egli rispose loro: "Se saranno simili a me, basterà a nutrirli questo stesso campicello che ha portato me a questa carica; se dovranno essere diversi, non voglio che il loro lusso sia alimentato ed accresciuto a mie spese".