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Favorinus philosophus adulescenti veterum verborum cupidissimo et nonnullas voces …
l filosofo Favorino disse ad un adolescente, appassionatissimo delle parole arcaiche e che, nei discorsi ordinari e di tutti i giorni, si esprimeva con molti vocaboli troppo antichi e sconosciuti: "Curio, Fabrizio e Coruncanio, uomini antichissimi, parlarono in maniera comprensibile e con chiarezza con i loro, e non parlarono per mezzo dei termini degli Aurunci o dei Sicani o dei Pelasgi, che per primi abitarono l'Italia, ma per mezzo delle parole della loro epoca; tu, invece, ti servi oggi di un linguaggio disusato già da molti anni, perché vuoi che nessuno sappia e comprenda le cose che tu dici. Ma dichiari che a te piacciono i tempi antichi, poiché sono incorrotti, morali e sobri. Vivi dunque secondo i costumi passati, parla con le parole attuali, e serba sempre nella memoria e nell'animo ciò che è stato scritto da Cesare, uomo di ingegno e saggezza eccellenti: "Evita la parola insolita e desueta, così come uno scoglio!"
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Cum Indibilis Suessetanorum dux Poenis se coniuncturus esset dux cautus et providens …
Quando Indibile, capo dei Suessani, era in procinto di congiungersi ai Cartaginesi, Scipione, comandante avveduto e previdente, vinto dalle necessità, prende l'ardita decisione di andare incontro ad Indibile nella notte, e, in qualsiasi luogo lo avesse incontrato, ingaggiare il combattimento. Una volta lasciato un piccolo corpo di guardia nell'accampamento, e postone a capo il luogotenente Ti. Fonteio, dopo essere partito nel mezzo della notte attaccò battaglia con i nemici che venivano incontro. Ma al comandante, che combatteva ed esortava, il lato destro viene trafitto da una lancia; subito, chiunque tra i nemici veda Scipione mentre cade, esanime, da cavallo, scorrazza con grande strepito per l'intero campo di battaglia, annunciando che il supremo comandante Romano è caduto. Dopo che è stato perduto il comandante, si determina immediatamente la fuga dal campo di battaglia, e nessuno sarebbe sopravvissuto, se non fosse sopraggiunta la notte.
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Quid est homo? Inbecillum corpus et fragile nudum alienae opis indigens ad omnes …
Che cos'è l'uomo? Un corpo debole e fragile, nudo, bisognoso del sostegno altrui, esposto a tutte le ingiurie della sorte, pasto per qualsiasi belva, vittima di chiunque; formato da parti molli e fluide, splendido quanto alle fattezze esteriori, non tollerante del freddo, del caldo, della fatica; timoroso per i propri nutrimenti, dei quali ora viene meno per la mancanza, ora scoppia per la sovrabbondanza; dall'ansiosa ed angosciosa autodifesa, dall'animo incerto e malfermo, che uno spavento improvviso o un suono sordo udito inaspettatamente dalle orecchie scuote, sempre alimento di preoccupazione per sé stesso, difettoso ed inutile. Sono letali per lui l'odore ed il sapore, la stanchezza e la veglia, l'acqua ed il cibo senza i quali non può vivere; ovunque si sposti, subito è consapevole della propria infermità. Con l'animo medita cose immortali, eterne, e le ripartisce tra i nipoti e i pronipoti, quando, nel frattempo, la morte lo pressa mentre intraprende imprese di lunga durata.
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Quicumque turpi fraude semel innotuit etiam si verum dicit amittit fidem. Hoc …
Chiunque si sia fatto conoscere una volta per un brutto inganno, anche se dice la verità, perde la fiducia. Questo comprova la breve favola di Esopo. Un lupo accusava di furto una volpe; lei diceva che non era connessa al misfatto. Allora, una scimmia sedette tra loro come giudice. Mentre il lupo e la volpe peroravano la propria causa, la scimmia pronunciò la sentenza: "Non è credibile che tu, o lupo, abbia perso ciò che cerchi; credo, o volpe, che tu abbia sottratto ciò che dici di non aver sottratto.
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Digni autem sunt amicitia quibus in ipsis inest causa cur diligantur. Rarum genus …
Sono inoltre degni di amicizia coloro nei quali è insita la ragione stessa per cui vengano amati. Genere raro. E appunto tutte le cose eccellenti sono rare, e niente è più arduo che trovare una cosa che sia, nel proprio genere, perfetta in ogni parte. Ma i più non riconoscono alcunché di buono nelle cose umane, se non ciò che sia fruttuoso, e, così come gli animali, scelgono come amici soprattutto quelli dai quali sperano che trarranno il massimo profitto. Così essi si privano dell'amicizia più bella e più naturale, quella che viene ricercata in sé e per sé, né possono basarsi sulla propria esperienza per capire di che genere e quanto grande sia questa forza dell'amicizia. Ciascuno infatti ama sé stesso, non perché pretenda da sé stesso la ricompensa del proprio affetto, ma perché ciascuno è di per sé caro a sé stesso. E, se non si traspone questa medesima cosa nell'amicizia, non si troverà mai un vero amico; egli è, infatti, colui che è proprio come un secondo sé medesimo.