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Olim in Arcadia pastores quia iam nox veniebat sub patulam arborem quiescebant …
Una volta in Arcadia dei pastori, poiché ormai sopraggiungeva la notte, riposavano sotto un ampio albero. Non lontano c’era uno stagno, e le acque placide riflettevano l’immagine della luna piena. Un asino giunse per caso allo stagno, poiché era assetato; i pastori, poiché temevano le parole del loro padrone, scacciavano il pacifico animale. Infatti il padrone dei pastori diceva sempre: Quando gli animali bevono l’acqua del fiume, ingoiano anche la luna! A quel punto, per caso, la luna veniva oscurata dalle nubi. I pastori, poiché non vedevano la luna, accusavano l’asino, lo legavano, e lo mettevano sotto processo. Un giudice sciocco ascolta i presenti e dice: Poiché la luna veniva ingoiata dall’asino, uccidete l’asino e tirate fuori la luna dal ventre! I pastori eseguivano la sentenza e, per caso, la nel cielo appariva di nuovo luna. I pastori, felici, innalzavano grida fino alle stelle, sicuri della colpa dell’asino.
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Antiquus mos Romae erat: non licebat feminis temetum … ...
A Roma c’era un antico costume: alle donne non era permesso bere il “tameto” (nella lingua antica il vino veniva chiamato “tameto”), e le donne, a Roma e nel Lazio, trascorrevano la vita da astemie; così, infatti, raccontano molti che scrivono riguardo alla vita e ai costumi del popolo Romano. Il motivo del divieto era questo: i Romani equiparavano il vino con l’adulterio; e così, se una donna beveva del vino, o se commetteva un adulterio, era la stessa cosa. Ogni giorno dunque, appena ritornavano a casa, i familiari (il padre o il fratello o il marito) davano dei baci alle loro donne e, attraverso il bacio, cercavano odore di vino. Quando trovavano una traccia di vino, giudicavano il misfatto della donna in un’assemblea domestica e, spesso, la punivano con la morte.
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Exigua parte aestatis reliqua Caesar etsi in his locis quod omnis Gallia ad ...
Nell'esigua parte d’estate rimanente, Cesare, anche se in questi luoghi, poiché tutta la Gallia è rivolta a settentrione, gli inverni sono precoci, si diresse tuttavia in Britannia, poiché capiva che, in quasi tutte le guerre Galliche, da lì erano state inviate truppe ausiliarie ai nostri nemici, e riteneva che gli sarebbe stato di grande utilità recarsi sull’isola, osservare il genere di uomini, conoscere i luoghi, i porti, gli accessi; cose che erano quasi tutte sconosciute ai Galli. Infatti nessuno, all’infuori dei mercanti, si era recato in Britannia, e agli stessi mercanti erano note poche cose oltre alla costa marittima e alle regioni più vicine alla Gallia. Così, pur avendo chiamato a sé mercanti da ogni dove, non aveva potuto appurare né quanto grande fosse l’estensione dell’isola, né quali o quanto grandi popolazioni (la) abitassero, né quale consuetudine di guerra avessero, o quali istituzioni avessero, né quali fossero i porti adeguati ad una quantità di navi piuttosto grande.
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Non exercitus neque thesauri praesidia regni sunt verum amici quos neque ...
Qui trovi Le ultime parole di Micipsa
Grammatica Picta 1 pagina 436 numero 17 edizione 2025
Le difese di un regno non sono gli eserciti e nemmeno i tesori, bensì gli amici, che non puoi né costringere con le armi, né procurarti con l’oro: sono procurati dal rispetto e dalla lealtà. Chi, poi, è più amico di un fratello per un fratello? E quale estraneo leale troverai, se verso i tuoi sarai stato un nemico? Io, per parte mia, vi lascio un regno stabile se sarete giusti, e debole se sarete malvagi. Infatti, grazie alla concordia crescono le cose piccole, (mentre) dalla discordia vengono logorate le cose più grandi. Per il resto, tu più di costoro, o Giugurta, che sei superiore per età e per saggezza, devi provvedere che non accada altrimenti. Infatti, in ogni contesa, colui che è più forte, anche se subisce un torto, tuttavia, poiché può di più, è ritenuto colpevole. Voi, invece, Aderbale e Iempsale, rispettate ed onorate un uomo come questo, ed imitate il suo valore, affinché non sembri che io abbia adottato figli migliori di quelli che ho generato.
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Dies dicti sunt a deis quorum nomina Romani nonnullis stellis dedicaverunt ...
I giorni furono denominati a partire dagli dèi, i cui nomi i Romani consacrarono ad alcune stelle. Infatti denominarono il primo giorno dal Sole, che è la più importante di tutte le stelle, così come quel giorno medesimo è il primo di tutti i giorni. Denominarono il secondo giorno dalla Luna, che ha ricevuto la luce dal Sole. (Denominarono) il terzo dalla stella di Marte, che è chiamata “vespro”. (Denominarono) il quarto dalla stella di Mercurio. (Denominarono) il quinto dalla stella di Giove. (Denominarono) il sesto dalla stella di Venere, che chiamarono “Lucifero”, poiché, tra tutte le stelle, ha la luce maggiore. (Denominarono) il settimo dalla stella di Saturno, che compie la propria rivoluzione in trent’anni.