Edit Caesar spectacula varii generis: munus gladiatorium, ludos etiam regionatim in universa urbe et
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Cesare allestisce spettacoli di vario genere: un combattimento gladiatorio, e poi giochi per quartieri in tutta la città, e per di più con buffoni di molte lingue, e allo stesso modo spettacoli circensi, competizioni ginniche e una battaglia navale. Nel combattimento si scontrano l'ex pretore Furio Leptino e Quinto Calpeno, un tempo senatore e avvocato di processi. I figli dei notabili dell'Asia e della Bitinia danzano la pirrica. Negli spettacoli il cavaliere Romano Decimo Laberio recita il suo spettacolo per mimo. Per gli spettacoli circensi, la superficie del circo viene ampliata e viene aggiunto un fossato. I giovani della nobiltà guidano quadrighe e bighe e cavalli per acrobazie. Una duplice schiera di fanciulli compie la gara di Troia.
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Un tempo gli uomini erano spregiatori degli dèi ed ingordi di crudele violenza. Giove li vede dal monte Olimpo e, fortemente adirato, convoca un'assemblea. Il padre degli dèi e degli uomini siede su un alto trono di marmo, con la mano destra regge uno scettro d'avorio, e muove la testa spaventosa tre e quattro volte. Poi mostra il suo sdegno con parole dure. Grande è il disonore degli uomini: l'ospite viola l'ospite, il figlio non mostra rispetto al padre, il fratello compete con il fratello. Dunque ascoltate il mio parere: gli uomini sconteranno le colpe con una morte terribile e immediata. Gli dèi approvano a gran voce le parole di Giove. Tuttavia la rovina del genere umano è anche causa di un grande dolore; e così parecchi chiedono a Giove: Risparmia gli uomini, o Giove benevolo! Chi, d'ora in avanti, porterà sui nostri altari vittime e incensi? Ma il re degli dèi del cielo tranquillizza gli animi: State tranquilli: una nuova stirpe di uomini, proba e pacifica, abiterà la terra!
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Mentre il popolo romano era occupato in varie regioni, i Cilici invasero i mari. Quei predoni, portando (con sé) l'insolenza dall'inquieta Asia, ed anzi, volgendo a proprio vantaggio il disordine di una guerra straniera, saccheggiavano impunemente. Contro di loro venne inviato Publio Servilio, che, con una flotta imponente, scompigliò i veloci ladruncoli, e li vinse con una vittoria sanguinaria. Peraltro, non pago, distrusse Faseli e Olimpo, città di quelli forti e, grazie alle continue rapine, ricche. Ciononostante i pirati, come gli animali che hanno duplice natura, acquatica e terrestre, insofferenti della terraferma (solis: "del suolo"), si rituffarono nelle proprie acque, e, con un'improvvisa incursione, iniziarono a spaventare le coste della Sicilia e della Campania. Ma Pompeo, desiderando annientare una volta e per sempre il morbo dei pirati, diffuso per tutto il mare, l'attaccò contro di loro con un immane equipaggiamento sferrò, e con la sua flotta bloccò ambedue le coste del Ponto e dell'Oceano. In questo modo, attraverso tutti i porti, le baie, i covi, i rifugi, i promontori, gli stretti, le penisole i pirati furono debellati.
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I Parti, in mano ai quali ora – dopo che è stata compiuta la divisione del globo terrestre – è il dominio dell'Oriente, furono esuli degli Sciti. Infatti, nella lingua Scitica, gli esuli sono definiti "parthi". Questi, ai tempi degli Assiri e dei Medi, furono completamente sconosciuti tra i popoli d'Oriente. E anche in seguito, quando il controllo dell'Oriente dai Medi si trasferì ai Persiani, essi (cioè: "i Parti") furono preda dei vincitori, come un popolo senza nome. Infine, essi furono sottomessi ai Macedoni, i quali sconfissero l'Oriente. Adesso, innalzati dal valore ad una prosperità tanto grande, impartiscono ordini ai popoli sotto il dominio delle quali furono schiavi. Sfidati anche dai Romani, in tre guerre, per opera di valorosi generali, unici tra tutti i popoli non soltanto ne uscirono alla pari, ma addirittura vittoriosi. Successivamente costoro, espulsi dalla Scizia da ribellioni intestine, occuparono di nascosto le terre deserte nell'Ircania. Quindi spinsero avanti i confini, e occuparono anche i pendii delle colline e le vette delle montagne. Il territorio della Parzia, dunque, possiede sia picchi di caldo che di gelo, e la neve infesta i monti e la calura (infesta) i campi.
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Aracne, una fanciulla di origine umile, proveniente dalla Lidia, tesseva le tele con una tecnica straordinaria e le ricamava in maniera magnifica con l'ago. Un giorno Aracne, con grande arroganza, davanti a tutti, si era paragonata con Minerva, la dea dei mestieri. A quel punto la dea, quando venne a sapere queste cose, in abito da vecchia si recò in Lidia, presso la fanciulla, e la avvertì: Nessuna donna mortale ti supera nella tecnica, ma certamente non sei pari alla dea Minerva! Ma Aracne rispose a Minerva con arroganza: Le mie tele sono straordinarie, neppure la dea Minerva supera la mia abilità. Allora la dea, adirata, abbandonò l'aspetto di vecchia, si rivelò ed esclamò: O sciagurata, quando avrai conosciuto il castigo per la tua arroganza, chiederai invano il mio perdono! Penderai per sempre da un filo, svolgerai i fili e tesserai tele per l'eternità! Ed immediatamente trasforma la fanciulla sventurata in un ragno.
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