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Publilio Siro è un autore di rappresentazioni mimiche e un capocomico di Antiochia. È uno schiavo, ma si guadagna la benevolenza del suo padrone, perché non soltanto è bello, ma è anche divertente e acuto. Infatti, poiché il padrone vede per caso un malato di idropisia nel cortile della sua fattoria, e chiede a lui che cosa ci faccia al sole, Publilio risponde al posto del servo: Scalda l'acqua. Per via dell'intelligenza e dell'eccellenza dell'animo il padrone concede la libertà al fanciullo. Publilio compone rappresentazioni mimiche e comincia a muoversi con successo in Italia. A Roma, negli spettacoli di Cesare, sfida e vince tutti i poeti che sono sulla scena. Anche le massime di Publilio sono belle e appropriate.
Furium Cresimum libertum quoniam percepit in parvo agello fructus multo largiores quam vicinitas ...
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Tutti accusavano il liberto Furio Cresimo di attirare, per mezzo di incantesimi, i raccolti altrui, poiché egli, in un piccolo podere, raccolse frutti molto più numerosi che il vicinato in vasti terreni. Quando venne convocato dal magistrato per discolparsi, portò nel foro ogni strumento agricolo e portò la propria servitù, forte, e ben curata e vestita, l'utensileria ben realizzata, le zappe pesanti, i vomeri pesanti, i buoi grassi. Poi disse: O Romani, sono queste cose i miei incantesimi; e non vi posso mostrare o portare nel foro i miei lavori notturni, le mie veglie, i miei sudori. E così venne assolto con i pareri di tutti.
Arion cantator fidibus est, in cuncta Graecia valde clarus, et vocis suavitate etiam animalia commov
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Arione è un suonatore di cetra, molto celebre in tutta la Grecia, e, grazie alla dolcezza della voce, commuove anche gli animali. Vive a Corinto, ma desidera visitare le famose regioni dell'Italia; in quel luogo allieta le orecchie e i cuori di tutti gli abitanti, che gli concedono molto denaro. Successivamente Arione, abbondante di ricchezze e colmo di magnifici doni, decide di ritornare in Grecia, perciò sceglie una nave e dei marinai amici e corinzi. I marinai si dirigono in alto mare, ma presto, bramosi di denaro, stabiliscono di uccidere Arione. Allora egli, spaventato, dà le sue ricchezze ai marinai e implora un'unica cosa prima della morte: desidera indossare i suoi indumenti, imbracciare la cetra e intonare un brano, come conforto. Ottiene ciò che ha chiesto, e subito, equipaggiato con una bella tunica, canta dolcemente il suo brano; alla fine, con la cetra e gli ornamenti, si getta in acqua. I marinai si allontanano rapidamente, ma accade un fatto straordinario e mirabile: dalla cetra e dalla voce di Arione viene richiamato un delfino, il quale improvvisamente, tra le onde, prende il cantate sul dorso e lo trasporta sulla terraferma.
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Tullo Ostilio fondò tutta la disciplina militare e la tecnica della guerra. Così, una volta che la gioventù era stata magnificamente addestrata, egli osò provocare gli Albani, una popolazione potente e per lungo tempo egemone. Ma i Romani e gli Albani, logorati a causa delle continue battaglie, stabilirono di fare una "riduzione" della guerra: i destini di ambedue i popoli vennero affidati agli Orazi e ai Curiazi, tre fratelli gemelli provenienti da questa parte e da quella. Il combattimento fu bello, dall'esito incerto (anceps = "dall'esito incerto"), e dalla straordinaria conclusione. Da quella parte tre feriti, da questa due uccisi, l'Orazio che era sopravvissuto, aggiunta l'astuzia al valore, simula la fuga e, muovendo l'attacco su uno alla volta, vince i Curiazi. E così, impresa altrimenti rara, la vittoria scaturì dalla mano di uno solo.
Graecorum copiae frustra obsident Troiam, quae ab incolis audaciter defenditur; ergo oppidum impetum
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Le truppe dei Greci assediano invano Troia, che viene difesa coraggiosamente dagli abitanti; dunque la città sostiene l'aggressione. Ma i Greci escogitano un inganno: costruiscono un cavallo, mettono degli uomini nel ventre del cavallo, e su un lato di esso scrivono: Lasciamo il cavallo alla dea Minerva, protettrice di Troia. Poi i Greci simulano la fuga in un'isola vicina, e lasciano il cavallo sulle coste di Troia. I Troiani non temono l'insidia dei Greci ed esultano per la gioia; immediatamente il cavallo viene ammesso all'interno delle mura di Troia e viene condotto presso il tempio di Minerva. I Troiani sacrificano agli dei molte vittime per la fuga dei Greci, e celebrano la vittoria. Nella notte, mentre i Troiani dormono, i Greci si calano dal cavallo, uccidono le sentinelle, ed aprono le porte di Troia. I compagni accorrono alle porte e fanno irruzione nella città; immediatamente scagliano fiaccole e con le fiamme distruggono Troia.