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Alessandro assediava Gordio, una famosa città della Frigia. A Gordio c'era un meraviglioso tempio degli dèi: nella cella del tempio c'era un carro, vecchio e sporco. Tuttavia, il giogo del carro era straordinario: esso infatti era legato da innumerevoli nodi, e le connessioni dei nodi non si scorgevano. Quando Alessandro espugna Gordio, visita il tempio, e, quando vede il nodo, si stupisce. A quel punto gli abitanti ricordano un antico oracolo: Colui che scioglie il nodo, è il signore dell'Asia. Non appena udiva le parole degli abitanti, immediatamente Alessandro desiderava sciogliere il nodo. La schiera dei compagni di Alessandro era inquieta: infatti, rimproveravano la sicurezza di Alessandro, e paventavano un crudele presagio. Egli non lotta affatto a lungo con i nodi nascosti. Alla fine, esclama: Di certo l'oracolo non dice in quale modo vada sciolto!, e spezza le cinghie per mezzo della spada. In tal modo, Alessandro scioglieva il nodo ed eludeva, oppure compiva, l'oracolo.
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Romolo e Remo, figli di Rea Silvia, erano gemelli. Amulio, il malvagio zio paterno dei fanciulli, ordinava ai propri schiavi: Rapite i fanciulli e gettateli nel fiume!. Quindi gli schiavi gettavano i fanciulli nel Tevere; ma a quel punto accadeva per caso un portento: poco alla vota le acque del fiume si ritiravano, e lasciavano i fanciulli salvi sull'asciutto. Romolo e Remo piangevano molto a causa della fame: alla fine una lupa – così dicono – accorreva ai gemiti; leccava i gemelli con la lingua e porgeva (loro) le mammelle. La lupa nutriva i piccolini ogni giorno: si accorgeva di ciò il bovaro Fausto (infatti egli viveva nei pressi del fiume), e portava i fanciulli nella capanna. Fausto ed Acca Larenzia, la moglie di Fausto, allevavano Romolo e Remo fino alla giovinezza.
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Cesare, posizionato tutto l'esercito su entrambi i lati della fortificazione, affinché ciascuno mantenga il proprio posto e lo riconosca, ordina che la cavalleria sia condotta fuori dall'accampamento e che sia ingaggiato il combattimento. C'era la possibilità di vedere dall'alto da ogni parte dell'accampamento, il quale occupava la sommità della vetta su ogni lato, e tutti i soldati con gli animi attenti aspettavano l'esito della battaglia. I Galli avevano inserito tra i cavalieri radi arcieri e fanti dall'equipaggiamento leggero, affinché accorressero in aiuto ai loro che retrocedevano, e affinché resistessero agli attacchi dei nostri cavalieri. Numerosi soldati feriti alla sprovvista da questi si ritiravano dallo scontro. Poiché i Galli confidavano nel fatto che i loro fossero più forti in battaglia, e poiché vedevano che i nostri erano sopraffatti dalla moltitudine (dei soldati nemici), da ogni parte, sia quelli che erano racchiusi dentro le fortificazioni, sia quelli che erano sopraggiunti in aiuto, rafforzavano gli animi dei loro con il clamore e il grido prolungato. Poiché la faccenda si svolgeva al cospetto di tutti, ed una cosa accaduta bene o in maniera vergognosa non poteva essere celata, sia il desiderio di lode sia il timore del disonore aizzava gli uni e gli altri al valore. Dal momento che si combatteva da mezzogiorno fin quasi al tramonto del sole con vittoria incerta, i Germani da una sola parte, con squadroni compatti, sferrarono un attacco contro i nemici, e li respinsero; e, dopo che questi furono stati messi in fuga, gli arcieri vennero circondati ed uccisi. Allo stesso modo dalle rimanenti parti i nostri, inseguendo fino agli accampamenti quelli che si ritiravano, non lasciarono la possibilità di radunare i loro. Ma quelli che erano partiti da Alesia, addolorati per via della vittoria quasi disperata, si rifugiarono nella città.
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Sotto il regno di Romolo, a Roma abitano molti uomini, ma poche donne: per questo, gli abitanti non hanno famiglie e figli. E così Romolo organizza un astuto inganno: offre un grande spettacolo di giochi e, tramite dei messaggeri, fa venire agli spettacoli il popolo confinante dei Sabini. I Sabini accorrono a Roma insieme alle loro donne con grande gioia, e prendono posto in un primitivo teatro. Durante lo spettacolo, Romolo dà il segnale ai Romani, e all'improvviso i Romani rapiscono le donne Sabine. Così le Sabine restano a Roma e vengono sposate (lett. : "vengono prese in matrimonio") dagli uomini Romani. Per molti anni, però, un grande odio divide i Sabini dai Romani.
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Ho riflettuto spesso e a fondo, tra me e me, sull'eloquenza e sui suoi benefici e (i suoi) inconvenienti. Infatti, sia quando considero i danni al nostro Stato, sia quando richiamo con la mente le antiche sciagure di importantissime città, constato che uomini eloquentissimi furono la causa di gran parte dei problemi; d'altra parte, quando, dalle testimonianze letterarie, mi accingo a riandare alle vicende più antiche, mi rendo conto che grazie all'eloquenza sono state costituite molte città, sono state risolte molte guerre, sono stati ottenuti solidissimi rapporti di alleanza e sacri vincoli di amicizia. Dunque, adesso ritengo che la saggezza senza l'eloquenza giova poco alle collettività, mentre l'eloquenza senza la saggezza nuoce per lo più moltissimo, e non giova mai. Per la qual cosa, il cittadino che, tralasciati gli studi correttissimi e onestissimi, consuma tutto l'impegno nello studio dell'eloquenza, è inutile per sé, e dannoso per la sua patria; è veramente un uomo, e un utilissimo al cittadino, quello che si arma dell'eloquenza in maniera tale, non da poter combattere i vantaggi della patria, ma (da poter) lottare in difesa di questi.