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Quando il mio padrone ottenne la provincia dell'Africa con un mandato di governo proconsolare, io, lì, fui costretto alla fuga dalle sue frustate, ingiuste e quotidiane, e, affinché io avessi nascondigli sicuri dal padrone, mi ritirai nelle campagne e nei deserti di sabbie. A quel punto, per via del sole a picco, avendo trovato una caverna appartata e nascosta, mi introdussi in essa e mi nascosi. Non molto tempo dopo, alla caverna giunse un leone, con una zampa inferma e sanguinante, emettendo gemiti e lamenti. Dopo che il leone ebbe visto me che mi nascondevo nella sua dimora, si avvicinò docile e mansueto, e mi mostrò la zampa. In quel luogo, io, estratto un grosso virgulto, asciugai il sangue. Il leone allora, appoggiata la zampa nelle mie mani, si sdraiò e riposò, e a partire da quel giorno, io ed il leone vivemmo insieme nella caverna per tre anni.
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Forse che ti risponderò che non sono riuscito a salvaguardare la salvezza di Milone per mezzo di quei medesimi per mezzo dei quali egli aveva salvaguardato la nostra salvezza? Ma in che genere di processo non sono riuscito a salvaguardarlo? In un processo che è gradito a tutte le famiglie. Che cosa risponderò ai miei figli, che considerano Milone un secondo genitore? Perché, o giudici, avete voluto che io fossi riammesso in patria? Forse affinché vedessi cacciati dalla patria quegli uomini grazie ai quali ho ricevuto la salvezza?
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Un soldato e un poeta gareggiavano sul valore, e mentre il soldato celebrava la robusta forza del corpo, il poeta, poiché era piccolo e debole, diceva al soldato: Di certo non vincerai, poiché possiedi la forza dei muscoli, ma non (la forza) dello spirito!
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A quel punto, P. Cornelio Scipione si diresse in Spagna insieme all'esercito, Ti. Sempronio si diresse in Sicilia, e fu dichiarata guerra ai Cartaginesi. Annibale, lasciato il fratello Asdrubale (Hasdrubale) in Spagna, marciò attraverso i Pirenei. Si rese percorribili le Alpi, per quella porzione, fino ad allora, impraticabili. Nel frattempo molti Liguri e Galli si unirono ad Annibale, che li incitava: Combatteremo insieme contro l'iniqua dominazione! Rivendicheremo la libertà dai nemici Romani! Sempronio Gracco, appreso l'arrivo di Annibale in Italia, spostò l'esercito dalla Sicilia a Rimini.
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I Pompeiani pressavano ed incalzavano i nostri in maniera piuttosto temeraria ed audace, e, per scavalcare i fossati, abbattevano i graticci che erano stati opposti a mò di barriera. Una volta che Cesare si fu accorto di ciò, temendo che si ricevesse un danno troppo grande, dopo che ebbe incitato i suoi tramite Antonio, che stava a capo di quella legione, ordinò che con la tromba fosse dato il segnale. I soldati scagliarono dardi e, da una posizione più bassa, muovendosi con impeto contro il pendio, di corsa, a capofitto, respinsero i Pompeiani e li costrinsero alla fuga (lett. : "li costrinsero a voltare le spalle"). Ai nemici, che volevano ritirarsi, furono di grande impedimento i graticci rovesciati e le fosse realizzate. I nostri, però, i quali consideravano abbastanza allontanarsi senza danno, dopo che moltissimi furono stati uccisi, si ritirarono in tutta tranquillità e portarono a termine le fortificazioni.