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C'era una fredda tempesta e una forte pioggia, quando Verre ordina ai littori di scaraventare a rompicollo Sopatro nel Foro e di deporlo (là) nudo. Tutti, vedendo Sopatro denudato e scortato dai littori, dicevano: "Verre ha ordinato questo, che uno sventurato e un innocente sia percosso con i bastoni", ma sbagliavano. Verre, infatti, non era scellerato al punto che un alleato e un amico del popolo Romano fosse percosso senza un motivo. Al centro del Foro ci sono delle statue a cavallo, così come in quasi tutte le città della Sicilia; tra quelle Verre scelse una statua di C. Marcello, ed ordinò ai littori che Sopatro, nobile e inoltre titolare di un'altissima carica pubblica, fosse legato su di essa. Mentre quello si trovava legato nudo sul bronzo, nella pioggia e al freddo, il popolo e tutta quanta la folla, spinta dalla crudeltà della cosa e dalla compassione, con le grida impose al senato che quella statua di Mercurio fosse data a Verre.
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Numa non era solamente un re, ma anche un legislatore, e per i cittadini Romani promulgò moltissime leggi utili; abbinava alle proprie deliberazioni una grande autorevolezza, fingendo degli incontri notturni con la ninfa Egeria: infatti, come egli diceva, faceva tutto su consiglio della dea. Una sorgente bagnava il bosco sacro con acqua perenne: Numa si recava spesso presso quella sorgente, come ad un incontro della dea; e così, imbeveva di scrupolo religioso gli animi di tutti, poiché i cittadini venivano tenuti a freno non soltanto con la paura delle leggi e dei castighi, ma anche per mezzo della devozione. Una malattia pose fine alla vita di Numa: il re venne sepolto sul colle Gianicolo.
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Poiché ogni cosa si era ricoperta di neve, la colonna, messasi in marcia all'alba, avanzava molto lentamente, e la disperazione appariva sul volto di tutti. Annibale si fermò su un'altura, da dove c'era una vista in lungo e in largo, allo scopo di mostrare ai soldati l'Italia e le pianure intorno al Po sottostanti ai monti delle Alpi, e disse: Noi, ora, valichiamo le mura non soltanto dell'Italia, ma anche della città Romana! Guardiamo il cammino da qui: sarà piano e in discesa! Con pochi scontri avremo in mano e in potere la rocca e la capitale dell'Italia! Infine, esortò i soldati ad avanzare con fiducia. Tuttavia il restante cammino fu difficoltoso: tutta la strada, infatti, era scoscesa, angusta e scivolosa.
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Quando, al principio, fonda le cose umane, il padre Giove percuote il tempo dell'esistenza con un colpo solo e lo ripartisce in due metà uguali in tutto: avvolge una parte con la luce, la seconda con le tenebre; successivamente, egli battezza le parti "giorno" e "notte", ed assegna alla notte la quiete, al giorno l'attività. Siccome a quel tempo il sonno ancora non esisteva, tutti passavano la vita svegli, anche se agli uomini, mentre restavano svegli, era consentito il riposo notturno. Tuttavia, poco a poco, dato che le intelligenze umane sono irrequiete e bramose di cambiamento, gli uomini attendevano giorno e notte alle occupazioni e non dedicavano nessun momento al riposo. Quindi Giove, sollecito, crea il Sonno: econsegna a lui le chiavi degli occhi e gli infusi di erbe con i quali si addormentano i cuori degli uomini.
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I poeti esaltano la laboriosità della formica, viceversa biasimano la pigrizia e l'imprevidenza della cicala. Una celebre favola viene narrata dai poeti. Al culmine dell'estate una formica lavora: trascina attraverso le fessure della terra una grande quantità di molliche, e le accumula nella tana; la cicala invece, canta allegramente, evita i lavori e mangia i cibi che la natura offre spontaneamente agli abitanti dei boschi. La stupidità e la pigrizia della cicala vengono rimproverate invano dalla formica: infatti la cicala deride la laboriosità della formica. Ma arriva il freddo, e secca la terra e le erbe: la cicala e la formica sono costrette a rimanere nelle tane dalle piogge. La formica nella tana ha una grande quantità di molliche; la cicala, al contrario, non ha cibi e soffre per la fame. Ora la cicala capisce: "Giustamente vengo derisa dalla formica".