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Dopo le guerre Puniche ed altre vittorie in Italia, in Libia, in Grecia e in Iberia, molti prigionieri sono condotti a Roma: i Romani rendono schiavi i prigionieri ed i figli dei prigionieri, quindi a Roma ci sono molti schiavi. Gli schiavi, per lo più, coltivano i campi, oppure aiutano i padroni negli affari e nelle incombenze; gli schiavi, tuttavia, i quali arrivano da Atene, sono spesso letterati ed eruditi: pertanto essi sono impiegati dai Romani come pedagoghi o come maestri. Spesso il padrone tratta gli schiavi con grande clemenza; ma, se lo schiavo commette una mancanza, è severamente punito dal padrone per mezzo del bastone o della sferza. Talvolta gli schiavi sono resi liberi dai padroni, e perciò sono chiamati "liberti"; il padrone, invece, è chiamato "patrono". Il liberto è un uomo libero: tuttavia, deve fornire al patrono i suoi servigi, ed è legato con il patrono da grande rispetto e da grande ubbidienza.
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Ebbene, per sopportare il dolore in modo sereno e pacifico, occorre pensare con tutto il cuore a quanto ciò sia moralmente nobile. Infatti, come ho detto in precedenza – in effetti bisogna dirlo con più frequenza – noi siamo, per natura, estremamente appassionati e desiderosi della nobiltà morale. In verità, se noi abbiamo intravisto lo splendore della gloria, (allora) siamo pronti a sopportare e ad affrontare ogni cosa per ottenerlo. In virtù di questo percorso e slancio degli animi verso la vera gloria e la nobiltà morale, vengono affrontati i più grandi pericoli nelle battaglie; gli uomini forti non accusano le ferite sul campo di battaglia, ossia, le accusano, ma preferiscono morire che essere appena discostati dal grado di dignità. I Decii vedevano le spade scintillanti dei nemici, mentre facevano irruzione nelle loro schiere. La nobiltà della morte e della gloria sottraeva a costoro loro ogni paura delle ferite. E ancora, credi che Epaminonda si sia lamentato, quando percepiva che la vita scivolava via insieme al sangue? Egli infatti lasciava solidissima agli Spartani la patria che aveva ricevuto asservita. Questi sono i conforti, questi i rimedi ai più grandi dolori.
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Dopo un po' di tempo ottenne il governo dell'impero romano Settimio Severo, proveniente dall'Africa. A memoria di tutti, sia prima che dopo, egli (- Settimio Severo) fu il solo imperatore (proveniente) dall'Africa. Costui, prima avvocato del fisco, subito dopo tribuno militare, poi, attraverso molte e differenti cariche e magistrature, giunse all'amministrazione di tutto lo Stato. Volle essere soprannominato "Pertinace" in onore dell'imperatore Pertinace, che era stato ucciso da un certo Giuliano. Fu alquanto frugale, di indole crudele. Combatté molte guerre e con successo. Sconfisse ed uccise presso Cizico Pescennio Nigro, che si era ribellato in Egitto e in Siria. Egli (- Settimio Severo) sconfisse i Parti e vinse gli Arabi, affinché in quella regione non venisse meno alcuna provincia al popolo Romano. Restaurò molti edifici nell'intero territorio Romano. Sotto di lui anche Clodio Albino, che era stato complice di Giuliano nell'uccisione di Pertinace, si nominò "Cesare" nella Gallia, e fu sconfitto ed assassinato presso Lione. Tuttavia Severo, oltre alla gloria militare, fu illustre anche per gli studi civili, ed istruito nella letteratura, preparato quanto alla conoscenza della filosofia. Morì a Eboraco, oltremodo anziano. Fu denominato "Divino".
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Un giorno una piccola volpe invita una cicogna a cena. La piccola volpe serve il cibo in un piatto, poi, in maniera offensiva, dà il piatto alla cicogna: infatti la cicogna non può mangiare il cibo dal piatto, poiché la cicogna ha un becco troppo lungo. Il giorno successivo la cicogna invita a cena la piccola volpe, e serve le pietanze in una bottiglia; quindi offre la bottiglia alla piccola volpe: ma la piccola volpe non può mangiare i cibi dalla bottiglia, e introduce inutilmente la lingua nella bottiglia. A quel punto la cicogna rimprovera la piccola volpe: Vendico l'offesa di ieri, o piccola volpe: colui che procura offese, riceve offese.
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Dopo che Camillo, sconfitti i nemici, fu tornato a Roma, il Senato stabilì senza indugio che egli dovesse venire sciolto dal voto. E così, il Senato affidò a degli ambasciatori un cratere d'oro da portare a Delfi, ad Apollo. Ma gli ambasciatori, dai quali il dono doveva essere portato a Delfi, catturati non lontano dallo stretto Siculo dai pirati di Lipari, vengono deportati a Lipari. Era costume della cittadinanza dividere il bottino conquistato. Per caso, in quell'anno, nella massima magistratura c'era Timasiteo, uomo più simile ai Romani che ai suoi (concittadini). Proprio egli, temendo il popolo degli ambasciatori, ed il dio al quale il dono era inviato, riempì di giusto scrupolo religioso anche la folla, che quasi sempre è simile a chi la governa. E così accompagnò a Delfi gli ambasciatori con una scorta di navi; da quel luogo, provvide a rimandarli a Roma. Con lui (- con Timasiteo) fu stipulato un patto di ospitalità con decreto del Senato, e a lui furono consegnati dei doni a spese dello Stato.