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Alla robustezza fisica di Epaminonda si erano aggiunte anche numerose buone qualità dell'animo. Egli, infatti, era modesto, assennato, serio, esperto di guerra, vigoroso quanto a forza fisica, di grandissimo coraggio, a tal punto amante della verità, che nemmeno per gioco diceva cose false. Allo stesso modo era moderato, mite e resistente in maniera ammirevole, sopportando i torti non soltanto del popolo, ma anche degli amici, più di ogni altra cosa mantenendo i segreti che gli erano stati confidati, e, cosa che alle volte giova non meno del parlare eloquentemente, egli (- Epaminonda) era desideroso di ascoltare: riteneva, infatti, che da ciò si imparava molto facilmente. Pertanto, essendo pervenuto in un gruppo di persone nel quale si teneva un discorso sullo Stato o sulla filosofia, non si allontanò mai da lì, prima che il discorso fosse stato portato a termine. Sopportò in maniera tanto agevole la povertà, da non prendere nulla dallo Stato, fuorché la gloria. Non si approfittò delle risorse degli amici per difendere sé stesso, si servì così di frequente del (suo) credito per sostenere gli altri, che si può ritenere che, per lui, tutte le cose siano state in comune con gli amici.
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La Spagna prende nome da Ispano, nipote di Ercole. Essa è delimitata dal mare Oceano e dai monti Pirenei, e segna i confini dell'Europa. Infatti si trova tra l'Africa e la Gallia. Grazie al caldo moderato, e a piogge opportune, la terra è fertile, poiché né viene bruciata dal sole violento, come l'Africa, né viene tormentata da venti costanti come la Gallia. La Spagna produce ogni genere di raccolti, e fornisce agli abitanti una grande quantità non soltanto di grano, ma anche di vino, di miele e di olio. Lì non si trova facilmente un animale che reca danno, poiché la purezza dell'aria è massima. Per via della natura favorevole del luogo, gli antichi scrittori collocavano nella Spagna i campi Elisi, la sede delle anime beate.
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Mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, Solone, annoverato dagli storici nel gruppo dei Sette Saggi, scrisse le leggi per gli Ateniesi; poi, dopo che Solone andò via dalla patria di sua spontanea volontà, Pisistrato assunse il governo di Atene. Pisistrato, anche se era un tiranno, prestò alla propria patria molti benefici: infatti vinse molte guerre, e riguadagnò ad Atene isole e città precedentemente sottratte dai nemici; inoltre rese la città magnifica per mezzo di begli edifici e templi, facendo venire dall'Asia illustri artisti ed architetti. Gli Ateniesi, pur essendo stati privati della libertà, tuttavia non giudicarono spiacevole la dominazione di Pisistrato. Dopo Pisistrato, fu tiranno il figlio Ipparco, insieme al fratello Ippia. Ma, poiché i figli di Pisistrato opprimevano Atene con scellerata crudeltà, due giovani, Armodio e Aristogitone, fecero una congiura e decretarono la morte di quelli. Dopo essere stati chiamati dai loro concittadini "i Tirannicidi", i giovani, in seguito, vennero celebrati ogni anno in giorni di festa con grandi lodi.
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Giulio il figlio di Aurelio, è un fanciullo. Anche Cornelio e Tito sono figli di Aurelio, non più fanciulli. I fratelli di Giulio lo amano molto e spesso (gli) chiedono con animo premuroso: O Giulio, nostro delicato fanciullo, sei felice? Forse che desideri qualcosa? Siamo i tuoi fratelli, sei la nostra gioia, e dobbiamo renderti sempre felice! Chi dei due ami di più? Giulio, tuttavia, disdegna le premure di Tito e di Cornelio e disprezza l'aiuto de fratelli: Desidero una cosa soltanto, o amati fratelli: Andatevene subito!
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Il dittatore Lucio Papirio Cursore, dopo essere partito (discesserat) per la guerra contro i Sanniti, ritornò alla città di Roma per consultare un aruspice; prima di allontanarsi, ordinò a Quinto Fabio Massimo, il comandante dei cavalieri, che lasciò presso l'esercito, di non scontrarsi con il nemico mentre egli era assente. Quello però, per non perdere un'occasione, guidò l'esercito contro i Sanniti, e riportò una magnifica vittoria. Non molto tempo dopo, Papirio ritornò all'accampamento e, adirato, convocò l'assemblea dei soldati e ordinò a un littore di sciogliere le verghe e le scuri. A quel punto, i parenti di Fabio fecero appello al popolo e tutti implorarono il dittatore di concedere a Fabio il perdono. Alla fine, Papirio cedette alle suppliche.
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