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Mενεκρατης ο Ιατρος εις τοσουτον προηλθε τυφου, ωστε εαυτον ονομαζειν Δια. Επεστειλε δε ποτε επιστολην Φιλιππω, τω Μακεδονων βασιλει, εν η ταδε εγεγραπτο· «Φιλιππω Μενεκρατης ο Ζευς ευ πραττειν». Αντεγραψε δε αυτω ο Φιλιππος· «Φιλιππος Μενεκρατει υγιαζεσθαν διο συμβουλευω σοι εις Αντικυραν προσιεναι». Ηινιττετο δε αρα διο τουτων οτι παρεφρονει ο ανηρ. Ειστια ποτε μεγαλοπρεπως ο Φιλιππος, και δη και τουτον επι θοινην εκαλεσε, και ιδια κλινην αυτω εκελευσε παρεσκευασθαι και κατακλιθεντι θυμιατηριον παρεθηκεν, και εθυμιατο αυτω· οι δε λοιποι ειστιωντο, και ην μεγαλοπρεπες το δειπνον. Ο τοινυν Μενεκρατης τα μεν πρωτα ενεκαρτερει και εχαιρε τη τιμη· επει δε κατα μικρον ο λιμος περιηλθεν αυτον και ηλεγχετο οτι ην ανθρωπος, εξαναστας ωχετο και ελεγεν υβρισθαι, εμμελως πανυ του Φιλιππου την ανοιαν αυτου εκκαλυψαντος.
La versione è tratta dal libro gymnasion
Il medico Menecrate arrivò a tal punto di boria, da chiamare se ste sso Zeus. Una volta inviò una lettera di questo genere a Filippo, re dei Macedoni: «Menecrate, il divino Zeus, augura felicità a Filippo». Anche Filippo scrisse in risposta: «Filippo augura buona salute a Menecrate. Ti consiglio di trasferirti nei luoghi presso Antacira». Alludeva certamente con queste parole al fatto che l'uomo era fuori di senno. Una volta Filippo stava ospitando sontuosamente un banchetto, e aveva invitato anche questo a mensa, e aveva ordinato che per lui fosse allestito un triclinio in privato e faceva bruciare incenso in onore suo; gli altri banchettavano, e il banchetto era sontuoso. Menecrate allora in un primo tempo resisteva e gioiva dell'onore; ma quando in breve tempo la la fame lo colse e si scoprì che era un uomo, e per questo una semplice persona, ritirandosi se ne andò, e disse di essere stato maltrattato, nonostante Filippo avesse assai elegantemente nascosto la sua follia. .
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Confronto tra Dione e Bruto
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
traduzione dal libro gymnasion
Testo ricerca facilitata
Και μην ουχ ομοιον ην Διονυσιου Συρακοσιοις και Καισαρος απαλλαγηναι Ρωμαιοις. Ο μεν γαρ Διονυσιος ουδ' ηρνειτο τυραννος ειναι, κακων τε μυριων εμπεπληκει την Σικελιαν η δε Καισαρος αρχη, συνισταμενη μεν ουκ ολιγα εναντιουμενοις πραγματα παρεσχε, δεξαμενοις δε και κρατηθεισιν ονομα και δοκησις εφανη μονον τυραννιδας, εργον δ' απ' αυτης ουδεν ωμον ουδε τυραννικον υπηρξεν, αλλα και δεομενοις εδοξε τοις πραγμασι μοναρχιας ωσπερ πραοτατος ιατρος υπ' αυτου του δαιμονος δεδοσθαι. Διο Καισαρα μεν ευθυς εποθησεν ο Ρωμαιων δημος, ωστε χαλεπος γενεσθαι και απαραιτητος τοις αυτον απεκτονοσι, Διωνα δ' η Διονυσιου παρεσις εκ Συρακουσων και το μη κατασκαψαι του προτερου τυραννου τον ταφον επαιτιον μαλιστα προς τους πολιτας εποιησεν.
Testo greco originale
Καὶ μὴν οὐχ ὅμοιον Διονυσίου Συρακοσίοις καὶ Καίσαρος ἀπαλλαγῆναι Ῥωμαίοις. ὁ μὲν γὰρ οὐδ' ἠρνεῖτο τύραννος εἶναι, κακῶν τε μυρίων ἐμπεπλήκει Σικελίαν· ἡ δὲ Καίσαρος ἀρχὴ συνισταμένη μὲν οὐκ ὀλίγα τοῖς ἐναντιουμένοις πράγματα παρέσχε, δεξαμένοις δὲ καὶ κρατηθεῖσιν ὄνομα καὶ δόκησις ἐφάνη μόνον, ἔργον δ' ἀπ' αὐτῆς οὐδὲν ὠμὸν οὐδὲ τυραννικὸν ὑπῆρξεν, ἀλλὰ καὶ δεομένοις ἔδοξε τοῖς πράγμασι μοναρχίας ὥσπερ πρᾳότατος ἰατρὸς ὑπ' αὐτοῦ τοῦ δαίμονος δεδόσθαι. διὸ Καίσαρα μὲν εὐθὺς ἐπόθησεν ὁ Ῥωμαίων δῆμος, ὥστε χαλεπὸς γενέσθαι καὶ ἀπαραίτητος τοῖς ἀπεκτονόσι, Δίωνα δ' ἡ Διονυσίου πάρεσις ἐκ Συρακουσῶν καὶ τὸ μὴ κατασκάψαι τοῦ προτέρου τυράννου τὸν τάφον ἐπαίτιον μάλιστα πρὸς τοὺς πολίτας ἐποίησεν.
TRADUZIONE
Ed invero non era la stessa cosa per i Siracusani essersi liberati di Dionisio e per i Romani di Cesare. L'uno, infatti, non negava di essere un tiranno e aveva riempito di mali infiniti la Sicilia; il potere di Cesare, allorché si andava formando, aveva procurato non pochi danni agli awersari ma, quando essi lo ebbero accettato e vi si furono assoggettati, apparve soltanto come un nome e una apparenza, non produsse alcuna azione né crudele né tirannica: anzi sembrò che egli fosse stato largito proprio dalla divinità, come medicò mitissimo, ad una situazione politica che richiedeva il governo di uno solo. Ecco perché il popolo romano sentì subito nostalgia di Cesare sì da diventare duro e inesorabile con i suoi uccisori; invece, l'aver lasciato fuggire Dionisio da Siracusa e non aver voluto far distruggere la tomba del precedente tiranno furono le colpe più gravi di Dione agli occhi dei cittadini
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Il mondo visto dalla bocca della balena
versione greco Luciano traduzione libro gymnasion
Ἐνιαυτὸν μὲν οὖν καὶ μῆνας ὀκτὼ τοῦτον διήγομεν τὸν τρόπον. τῷ δ' ἐνάτῳ μηνὶ πέμπτῃ ἱσταμένου, περὶ τὴν δευτέραν τοῦ στόματος ἄνοιξιν ‑ ἅπαξ γὰρ δὴ τοῦτο κατὰ τὴν ὥραν ἑκάστην ἐποίει τὸ κῆτος, ὥστε ἡμᾶς πρὸς τὰς ἀνοίξεις τεκμαίρεσθαι τὰς ὥρας ‑ περὶ οὖν τὴν δευτέραν, ὥσπερ ἔφην, ἄνοιξιν, ἄφνω βοή τε πολλὴ καὶ θόρυβος ἠκούετο καὶ ὥσπερ κελεύσματα καὶ εἰρεσίαι· ταραχθέντες οὖν ἀνειρπύσαμεν ἐπ' αὐτὸ τὸ στόμα τοῦ θηρίου καὶ στάντες ἐνδοτέρω τῶν ὀδόντων καθεωρῶμεν ἁπάντων ὧν ἐγὼ εἶδον θεαμάτων παραδοξότατον, ἄνδρας μεγάλους, ὅσον ἡμισταδιαίους τὰς ἡλικίας, ἐπὶ νήσων μεγάλων προσπλέοντας ὥσπερ ἐπὶ τριήρων. οἶδα μὲν οὖν ἀπίστοις ἐοικότα ἱστορήσων, λέγω δὲ ὅμως. νῆσοι ἦσαν ἐπιμήκεις μέν, οὐ πάνυ δὲ ὑψηλαί, ὅσον ἑκατὸν σταδίων ἑκάστη τὸ περίμετρον· ἐπὶ δὲ αὐτῶν ἔπλεον τῶν ἀνδρῶν ἐκείνων ἀμφὶ τοὺς εἴκοσι καὶ ἑκατόν· τούτων δὲ οἱ μὲν παρ' ἑκάτερα τῆς νήσου καθήμενοι ἐφεξῆς ἐκωπηλάτουν κυπαρίττοις μεγάλαις αὐτοκλάδοις καὶ αὐτοκόμοις ὥσπερ ἐρετμοῖς, κατόπιν δὲ ἐπὶ τῆς πρύμνης, ὡς ἐδόκει, κυβερνήτης ἐπὶ λόφου ὑψηλοῦ εἱστήκει χάλκεον ἔχων πηδάλιον πεντασταδιαῖον τὸ μῆκος· ἐπὶ δὲ τῆς πρῴρας ὅσον τετταράκοντα ὡπλισμένοι αὐτῶν ἐμάχοντο, πάντα ἐοικότες ἀνθρώποις πλὴν τῆς κόμης· αὕτη δὲ πῦρ ἦν καὶ ἐκάετο, ὥστε οὐδὲ κορύθων ἐδέοντο. ἀντὶ δὲ ἱστίων ὁ ἄνεμος ἐμπίπτων τῇ ὕλῃ, πολλῇ οὔσῃ ἐν ἑκάστῃ, ἐκόλπου τε ταύτην καὶ ἔφερε τὴν νῆσον ᾗ ἐθέλοι ὁ κυβερνήτης
traduzione numero 1
. Un anno e otto mesi passammo in questo modo. Nel nono mese, al quinto giorno, verso la seconda apertura della bocca (una volta l'ora la balena apriva la bocca, e così noi contammo il tempo), verso dunque la seconda apertura, a un tratto si udì un gran gridare e un fracasso come di voga arrancata e di rematori. Sbigottiti ci arrampicammo alla bocca della balena, e stando in mezzo ai denti, vedemmo il più meraviglioso spettacolo di quanti mai io ne abbia veduti, omaccioni di mezzo stadio, che navigavano su grandi isole come sopra triremi. So che racconto cose che paiono incredibili, ma pure le dirò. Le isole erano ben lunghe, non molto alte, ciascuna un cento stadi di circuito; su esse navigavano un centoventi di questi omaccioni, dei quali alcuni seduti in ordine ai due lati dell'isola vogavano tenendo in mano grandi cipressi con tutti i rami e le fronde, come fossero remi, dietro a poppa sopra un alto colle stava il pilota con in mano il timone lungo uno stadio, sulla prora una quarantina di armati combattevano, simiglianti a uomini, tranne la chioma che era fuoco e ardeva, onde non avevano bisogno di elmo. Invece di vele ciascuna aveva molta boscaglia, dove il vento colpiva, e portava l'isola dove voleva il pilota.
traduzione numero 2
Trascorremmo in questo modo un anno e otto mesi. Al quinto giorno del nono mese, più o meno alla seconda apertura della bocca - la balena compiva questa operazione una volta ogni ora e così, in relazione alle aperture di fauci, potevamo calcolare il trascorrere del tempo - verso la seconda apertura dunque, come stavo dicendo, all'improvviso si sono udite urla altissime, un gran baccano, e come degli ordini secchi e uno sciacquio di remi. In preda a una viva agitazione, ci arrampichiamo su fino alla bocca del mostro, e standocene un pò dietro i denti, ci troviamo davanti agli occhi lo spettacolo più assurdo di quanti ne abbia visti mai: dei giganti alti circa mezzo stadio che navigavano su grandi isole come fossero delle triremi. Naturalmente, mi rendo conto che sto per raccontare cose che hanno più l'aria di fantasie che di verità, ma parlerò ugualmente. Le isole erano di forma allungata, non molto alte, circa cento stadi ognuna di perimetro; a bordo - diciamo così - di ciascuna si trovavano circa centoventi di quegli uomini. Di questi, parte stavano seduti in fila ai due lati dell'isola e vogavano servendosi come remi di poderosi cipressi con tanto di rami e foglie; nella parte posteriore - a poppa, per così dire - su un rilievo collinoso stava il pilota, che reggeva un timone di bronzo di cinque stadi di lunghezza; a prua combattevano una cinquantina di individui ben armati, in tutto e per tutto identici ad esseri umani salvo nella capigliatura, che era una massa di fuoco accesa, per cui non avevano nemmeno bisogno di elmi. Invece che nelle vele, il vento soffiava dentro la selva, vasta e fitta in ciascuna isola, piegava i rami e portava l'isola nella direzione voluta dal timoniere; alla ciurma era preposto un capo rematore, e le isole si muovevano veloci al battito dei remi, come le navi da guerra.
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La Dea Atena
VERSIONE DI GRECO
TRADUZIONE dal libro Gymnasion
TRADUZIONE
Gli Ateniesi sono i custodi di Atena. Atena è la dea della sapienza e delle arti; perciò custodisce i poeti e gli artisti. La dea porta una lancia e uno scudo, e incita i sldati in guerra ed esorta al coraggio. Il dono di Atena è l'olivo. Atena infatti ama l'olivo e fa crescere foreste di ulivi in Attica. Anche la regione dell'Italia produce gli ulivi, perciò anche gli abitanti dell'Italia si occupano e venerano Atena. Gli abitanti dell'attica e dell'Italia forniscono ai religiosi l'ulivo della dea, i proprietari degli ulivi accrescono la (loro) ricchezza. L'abbondanza e il benessee vengono procurati grazie ai custodi di Atena.
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Il rapimento di Persefone
VERSIONE GRECO Diodoro Siculo
TRADUZIONE
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Plutone ama Persefone, figlia di Demetra. . Allora il Dio di nascosto rapisce la fanciulla. Come raccontano i poeti, il rapimento ha luogo in Sicilia, presso Enna. Plutone porta la fanciulla nell'Ade e la sposa. Demetra non trova Persefone in nessun luogo e piange amaramente: allora abbandona la casa degli dei e va alla ricerca della figlia per mare e per terra, ma invano. Anche gli uomini piangono per il rapimento di Persefone e la terra diviene (è) priva di frutti. Infine la Dea giunge nell'Attica, ad Eleusi. Là gli abitanti accolgono con onore la dea, la venerano molto e celebrano feste in suo onore. Zeus ordina a Plutone di liberare Persefone. Plutone rimanda sulla terra la fanciulla, ma solo in primavera e in estate. In queste stagioni, infatti, ha fine l'improduttività di frutti.